Roma - 22gennaio - 4febbraio - “L’ISOLA” di Athol Fugard al Teatro Cometa

“L’ISOLA”
di Athol Fugard

22 gennaio - 4 febbraio 2007
Teatro Cometa di Roma

versione italiana e regia di Marta Gilmore
con Oscar  De Summa e Armando Iovino
disegno luci Marco Palmieri
musiche Soweto String Quartet - Hugh Masekela - Peter Tosh

Lo spettacolo, diretto da Marta Gilmore, anche traduttrice, e interpretato da Oscar De Summa e Armando Iovino, è stato presentato in anteprima al Teatro La Cometa per la giornata dei Diritti Umani in Sudafrica, e stato ospitato in rassegne nazionali come il Festival inter-etnico di Cassino , il festival teatrale di Benevento e “Lo sguardo di Ulisse”, a Napoli; è inoltre stato uno dei cinque spettacoli teatrali finalisti del Premio Vigata, creato a Porto Empedocle da Andrea Camilleri. “L’Isola” è stato rappresentato al Teatro Puccini di Firenze per essere poi inserito nella programmazione del Teatro Cometa Off di Roma.

“The play’s the thing
Wherein I’ll catch the conscience of the King.”

W. Shakespeare, Hamlet (II, iii)

Athol Fugard, John Kani e Winston Ntshona, danno vita a “The Island” nel 1972, in pieno regime di apartheid. John e Winston, operai neri di Port Elisabeth, avevano scelto di diventare attori professionisti e lasciare il posto di lavoro, pur sapendo che questo mestiere era loro ufficialmente proibito. Si erano uniti alla compagnia fondata qualche anno prima da Athol Fugard, uno scrittore bianco, insieme ad un gruppo di neri della township di New Brighton. I membri della compagnia venivano controllati, seguiti, perquisiti e anche arrestati. Per aggirare le leggi che proibivano a bianchi e neri di riunirsi nello stesso luogo dovevano escogitare continui stratagemmi.

Nel 1965, poco prima del debutto di una loro versione dell’Antigone di Sofocle, un attore della compagnia, Norman Ntshinga, era stato arrestato e recluso a Robben Island, l’isola-carcere di massima sicurezza dove lo stesso Nelson Mandela passò gran parte dei propri 28 anni di reclusione sottoposto ad un regime di lavori forzati. A Robben Island, Norman organizzò una messa in scena a due personaggi dell’Antigone, basandosi sui propri ricordi del testo. “The Island” si basa sulle lettere di Norman ai tre autori-attori, che raccontavano anche di un secondino particolarmente sadico, soprannominato “Hodoshe”, termine Xhosa che significa “mosca che infesta le carogne”.

Nasce così “The Island” che racconta un momento della vita di due prigionieri politici rinchiusi a Robben Island, John e Winston appunto, condannati per aver sfidato e violato deliberatamente le leggi dell’apartheid. La loro è “fame” di dare un senso alla propria condizione attraverso la lotta quotidiana con la struttura carceraria; come racconta nella propria autobiografia lo stesso Mandela, che ha passato tutti i suoi anni di prigionia a mettere quotidianamente in discussione le regole, la gestione, e ogni aspetto della vita del carcere.

Buio. Si sente il respiro di qualcuno che fatica. Le luci salgono a mostrare i due prigionieri ai lati della scena. Indossano l’uniforme color caki a pantaloni corti riservata ai neri (i prigionieri politici di Robben Island combatterono per anni contro questa umiliante discriminazione, finché non ottennero anche per i neri il diritto a portare i pantaloni lunghi). I due mimano l’azione di scavare sabbia e riempire immaginarie carriole. Una volta riempita la carriola, devono spingerla faticosamente verso la buca del compagno e lì svuotarla, rendendo vana la fatica dell’altro e la propria. È questa la strategia di Hodoshe, il secondino, far sì che l’uno sia causa del dolore dell’altro. Questo insegnano purtroppo le più moderne scuole di tortura – se ad umiliare e torturare il prigioniero è un altro prigioniero si elimina anche l’ultima possibilità di resistenza interiore, quella di odiare il proprio carnefice e di preservare la propria differenza e identità. Hodoshe è presente, ma noi non lo vediamo. Sono i due attori a farcelo vedere e sentire. Hodoshe li ammanetta mani e piedi, li costringe ad una corsa a tre gambe, li picchia.

Stremati i due vengono riportati in cella, un piano rialzato al centro della scena, tavole di legno dipinte di nero, un’isola, un palcoscenico…

In questo spazio costretto John e Winston devono continuamente inventare la propria esistenza, immaginare di essere altrove, ridere di se stessi per poter ridere dei propri aguzzini e difendere la propria umanità. Una scatola di latta diventa un telefono con cui parlare con gli amici e mandare un messaggio alla moglie lontana, i ricordi vengono rivissuti in molteplici “messe in scena”, un mucchio di chiodi diventa una collana, un pezzo di corda una parrucca, la coperta della cella, un sipario. Winston, sepolto vivo, condannato all’ergastolo per aver difeso i diritti dei propri fratelli, diventa Antigone, eroina della tragedia greca, che va incontro consapevolmente alla propria condanna eterna, per aver dato sepoltura al corpo di suo fratello.

In ultimo è proprio il teatro che consente ai due personaggi di riscattarsi e rivendicare la propria condizione. Dopo più di un’ora - in cui sono sempre in scena - i due prigionieri-attori recitano la propria versione dell’Antigone di Sofocle e si rivolgono ad un pubblico immaginario di detenuti e secondini, coinvolgendo loro e noi in una rappresentazione del processo tra lo Stato - il re Creonte - e la ribelle Antigone, che è anche una critica in farsa del regime che li ha condannati. Come nella tragedia greca, in cui il teatro era un rito collettivo che sanciva l’appartenenza comune alla città, John/Creonte e Winston/Antigone riescono a condividere la propria condizione con gli altri condannati e insieme a sfidare l’apartheid e le sue ben più gravi farse.

A dieci anni dalla sconfitta dell’apartheid “L’isola” si ripropone, sia come testimonianza della vivacità culturale e politica del movimento anti-apartheid - in antitesi alla brutalità del regime - che come spettacolo vivo oggi, nei suoi richiami immediati al presente. Si tratta di un testo scritto sulla carne viva dai due attori e dall’autore che lo hanno concepito, per improvvisazioni progressive, che nascevano, non da un’operazione intellettuale, ma dalla realtà concreta con cui quel gruppo di teatranti/militanti si scontrava. Uno spettacolo che nasce dunque dalla necessità di intervenire, di agire, di dire qualcosa – attraverso il  teatro.

La mia vita? Come faccio a contarla John? Uno…uno…arriva un altro giorno…uno…

Sepolti vivi che non hanno altro da contare che lo scorrere uguale dei giorni, costretti ai lavori forzati, usati come strumento di umiliazione di altri prigionieri, leggi basate sulla discriminazione degli esseri umani. “L’isola” riesce a racchiudere in sé una vicenda universale che racconta il Sudafrica dell’apartheid e parla anche al presente, al nostro tempo di foto ricordo con detenuti al guinzaglio e di divise arancioni e non più color caki - nuovi costumi per antiche rappresentazioni.

Marta Gilmore

Per contatti: Marta Gilmore 349-6049875
Oppure Daniela Capece 348-2844224


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