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CAMPUS: UN SALTO NEL BUIO
Per 4 anni si studia, ci si diverte, si cresce o ci si rincretinisce in una piccola comunità che mima e imita la società vera...
Le Università americane sono molto diverse dalle nostre: non solo per i corsi che si seguono e i titoli che si ottengono, ma per l’ambiente, il tipo di esperienze che si fanno, le emozioni che ci si dovrebbero vivere.
L’ambiente è il campus. Non illudiamoci di sapere che cos’è: campus è una parola complicata anche in inglese. Ovviamente campus vuol dire campo, ma perché non si usa field o yard che traducono la stessa parola? Perché campus, dalla metà dell’Ottocento è divenuto una parola specifica (almeno nell’inglese parlato in America) per definire l’area dell’Università. L’area dove stanno gli edifici della didattica e della ricerca, i dormitori, gli uffici, le case dei professori, le residenze delle sororities e delle fraternities. Con l’eccezione dei College e delle Universities metropolitani, il campus è una grande area verde progettata e realizzata secondo canoni ormai consolidati come un grande parco. Gli studenti lo vivono nei dorms, i dormitori, negli spostamenti a piedi da un gruppo di aule a un altro, alla mensa. A parole sembra come da noi, ma non è così. Il campus è una piccola comunità chiusa, spesso separata dalla città in cui si trova, in cui tutti finiscono per conoscersi e in cui, come in un laboratorio, hanno luogo le esperienze simboliche del passaggio dall’adolescenza alla maturità.
A dici8 anni, le ragazze e i ragazzi americani che vogliono e se lo possono permettere vanno al college. Mentre sono ancora all’ultimo anno della high-school aspettano con trepidazione le lettere delle Università dove hanno fatto domanda, a cui hanno inviato il loro curriculum di studi e i voti ricevuti negli anni precedenti. E’ difficile essere accettati dalle grandi scuole: è spesso necessario un piano B se si vuol continuare a studiare dopo il liceo. Nella maggior parte dei casi si va in piccoli college di provincia.
Andare all’Università, in ogni caso, vuol dire andare via di casa. Vuol dire partire, lasciare la famiglia, andare a vivere altrove, di solito molto lontano.
C’è tutta una letteratura sul salto nel buio della vita al college
, sul fascino dell’indipendenza, sulla sfida che gli adolescenti ricevono da un nuovo ambiente, da nuovi amici, da nuove regole. Per la prima volta ci si sente soli. Per la prima volta si possono sperimentare, avendone la responsabilità piena, cose proibite. Ve lo ricordate John Belushi in Animal House? Quasi tutti devono superare la sfida di “sesso, droga e rock and roll” indissolubilmente legata ai dormitori e alla fine dell’adolescenza, alle battaglie coi cuscini e al fraternity party del sabato sera.
Certo, non tutti se lo possono permettere. Anche se l’aiuto pubblico e privato agli studenti che hanno un curriculum eccellente è notevole, i costi dell’Università sono, per le nostre orecchie, impressionanti. La media di tasse e “room and board” (la residenza, i pasti, ecc.) è, secondo le stime del 2007, di circa 40.000 dollari l’anno per i quattro anni nelle università private (quindi, in totale, 160.000 dollari) e di circa 13.000 nelle università pubbliche.
Nella maggior parte dei college americani è regola far parte di una sorority o di una fraternity, antiche associazioni studentesche – un tempo segrete – di solidarietà e mutuo soccorso. Per farlo si deve piacere ai membri della sorority o della fraternity in cui si vuole entrare, si deve passare una specie di prova, il cosiddetto rush. Se si è ragazze, se si è al sud, se si è in un piccolo college, per essere accettate si cerca di essere eleganti, ben truccate, femminili: si cerca di corrispondere ai modelli dominanti nella società. Lo stesso vale per i maschi. Il fatto è che, nel miniuniverso del campus, far parte di una certa sorority o fraternity è un po’ come far parte del Rotary o del Lyons (o della Massoneria): è un segno di distinzione, si è orgogliosi dell’appartenenza, si è iniziati ai segreti, si cerca di affermare un clima di complicità che dovrebbe durare oltre gli anni del college. Come in tutte le associazioni di questo tipo, gli iniziati sono sottoposti ad angherie (come il  nonnismo, che in inglese si chiama hazing) e sono ripagati dalla cooptazione nel gruppo. Le associazioni hanno nomi strani fatti da lettere greche, anch’essi comprensibili solo ai membri, tipo Gamma Phi Beta, Sigma Delta Tau, Phi Beta Sigma, ecc.
Sembra che una volta le ragazze e i ragazzi si divertissero nel fine settimana: fiumi di birra, ore piccole, ecc. E’ allora (anni ’60?) che nasce l’espressione TGIF (Thanks God It’s Friday), che precedeva i parties all’aperto del venerdì pomeriggio.
Per quattro anni, si studia, ci si diverte, si cresce o ci si rincretinisce in una piccola comunità che mima e imita la società vera. Poi, tutti si vestono in toga e tòcco, arrivano i genitori, si siedono nelle file di seggioline pieghevoli sistemate nel prato e, al suono di Pomp and Cirumstances, ricevono il diploma di bachelor dai loro insegnanti. La cerimonia ha qualcosa di finto e di kitch, ma è anche commovente e intensamente simbolica. Chiude quattro anni di vita comune nel college, prima della nuova avventura nel master o nel lavoro.
 
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