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Direttore Responsabile: Eugenia Romanelli
Direttore Esecutivo: Vera Risi
 
LA DIMORA DEI FUR
Il conflitto nel Darfur secondo bazar
Le radici del conflitto
Il Darfur, regione grande come la Francia (popolazione di circa 7 milioni), si trova nella parte occidentale dello stato africano del Sudan. Il conflitto inizia negli anni ’80, quando i contrasti tra le comunità africane, legate a un’economia agricola e stanziale e quelle di origine araba, dedite invece alla pastorizia e al nomadismo, aumentano a causa della progressiva desertificazione, che riduce i terreni a disposizione, e dell’affermazione nella regione dell’arabismo, ideologia “razzista” che esalta la “nazione” araba a scapito delle popolazioni africane.

La ribellione
Per reazione alle continue discriminazioni (a livello politico, economico e sociale) e agli attacchi delle milizie arabe (i famigerati janjaweed, “diavoli a cavallo”), le comunità non arabe, nel corso degli anni, riscoprono il loro carattere africano e, nel 2000, viene pubblicato il Libro Nero, che contiene la sintesi delle loro rivendicazioni. L’importanza del volume non riguarda i contenuti (che da anni circolano in forma clandestina), ma il fatto di infrangere un tabù, dato che in precedenza nessuno aveva avuto il coraggio di denunciare la situazione.
Nel marzo 2003 le forze ribelli, espressione delle etnie africane Fur, la più numerosa, che da il nome all’intera regione (Darfur infatti significa “dimora dei Fur”), Zaghawa e Masalit, compiono una serie di azioni contro obiettivi militari del governo centrale.
I ribelli si organizzano soprattutto intorno a due movimenti: il Sudan Liberation Army/Movement (SLA/M), ostaggio dei contrasti tra Wahid, la guida politica, Fur e Minawi, uno dei comandanti militari più in vista, Zaghawa; il Justice and Equality Movement (JEM), più coeso, guidato da Ibrahim e legato ad al-Turabi, già ideologo del governo islamico di Bashir.

I tentativi di negoziato
Nel corso degli anni si susseguono i tentativi per porre fine al conflitto, soprattutto attraverso la mediazione dell’Unione Africana (UA), articolata secondo 7 diversi round di colloqui (2004-2006). Il negoziato porta al Darfur Peace Agreement (DPA), maggio 2006, sottoscritto dal governo e dalla fazione dello SLA/M di Minawi (che entra nel governo centrale) ma rifiutato dagli altri movimenti di opposizione, in quanto nettamente squilibrato a favore del governo.
L’attività diplomatica presenta alcuni aspetti critici che ne hanno limitato l’efficacia: la frammentazione delle forze di opposizione (per i contrasti tra ala militare e politica e tra “vecchie” e “nuove” generazioni di comandanti militari), l’assenza di competenze negoziali specifiche (non si definisce una piattaforma negoziale comune tra le opposizioni e delegazioni eccessivamente numerose), l’intransigenza del governo e la stessa attività di mediazione dell’UA, che non agisce come terzo neutrale facendo pressioni sulle forze ribelli affinché accettino la bozza di accordo.

Il Darfur oggi
Le forze di opposizione non firmatarie del DPA (alcune fazioni dello SLA/M, il JEM e il Sudan Federal Democratic Alliance – SFDA), a eccezione di Wahid, che si ritira in una posizione isolata, si riuniscono nel National Redemption Front (NRF), contro cui il governo di Khartoum inizia una grande offensiva militare, con l’appoggio dei janjaweed. Il conflitto, che ha provocato oltre 250 mila morti e circa 2 milioni di profughi, rischia di estendersi ai paesi confinanti e di avere ripercussioni anche nei confronti dell’accordo di pace tra Nord e Sud del paese, sottoscritto nel gennaio 2005, che ha chiuso la guerra civile durata oltre 20 anni e che rischia di fallire aprendo una nuova fase di escalation.

Che chance per il futuro?
L’ultimo periodo fa sperare quanti intendono dare nuovo vigore al processo di pace, attraverso un maggiore impegno internazionale, con una massiccia presenza di interposizione sul terreno e azioni negoziali efficaci verso le parti.
Il primo obiettivo è perseguito attraverso la risoluzione ONU 1769, che prevede una missione congiunta ONU/UA di oltre 26 mila uomini che, entro pochi mesi, dovrà affiancare la missione dell’UA, iniziata nel 2004 e in forte difficoltà per mancanza di uomini, mezzi e senza un mandato adeguato per la protezione dei civili.
Il secondo obiettivo è perseguito dalle recenti missioni di mediazione congiunta ONU/UA per facilitare il dialogo e la coesione tra le forze di opposizione (assente, ancora una volta, Wahid) e definire una piattaforma negoziale comune. Inoltre è necessario persuadere il governo a riprendere il dialogo con i ribelli e adottare posizioni meno intransigenti, eventualmente attraverso specifiche pressioni diplomatiche, anche della Cina, importante partner commerciale del Sudan.
 
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