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Capitolo X: SCELTE DIFFICILI
L’errore è di nessuno, perché di tutti...
Keira non doveva andare con lui. Continua a pensare Amedeo. Non c’era alcuna ragione e poi nessuno l’aveva avvertito. Non doveva andare. Nessuno di loro doveva andare.
E’ solo.
E’ notte.
Le notti africane sanno essere così buie. Nessuna luce a cui appoggiarsi. Nessuna luce per chilometri.
Il poliziotto che lo ha interrogato è sparito, nero, nel buio senza luna.
Amedeo piange.
Tutto il peso di questi mesi gli si scarica addosso. Piange singhiozzando, come un bambino, perché, in fondo, non è altro che un bambino sperduto in un mondo buio in cui è stata spenta un’altra luce.
Keira e Giampaolo non sono più.
L’aereo non li ha portati a Dodoma. L’aereo li ha avvolti in un mantello di fumo e li ha scaraventati sull’altopiano. Senza grazia, senza attenzione, senza ragione. Sono stati trovati ore dopo da un gruppo di pastori.
L’assurdità di questa fine è evidente. Amedeo vorrebbe urlare che in quel posto dove non è arrivata la fame, la malaria, il veleno dei serpenti, è arrivata la mano dell’uomo, l’unico vero parassita, endemico e inetto, di questo pianeta.
Keira non è più!
Non è più per la più stupida delle ragioni; per colpa di un bullone non serrato, di un meccanismo non controllato, per l’errore disumano di uno sconosciuto. L’errore è di nessuno, perché di tutti. E’ l’errore di tutta questa nazione arrugginita, approssimativa, imprudente.
Il corpo gli sembra esplodere, nella solitudine gelata di una notte infinita e cupa, tanto da fargli sembrare luminosa anche la nebbia farinosa della sua pianura. Una pianura in cui lavorano milioni di meccanici che controllano e avvitano miliardi di bulloni svitati su migliaia di aerei. Un luogo bestialmente inquinato di certezze, regole e idrocarburi, in cui la vita non è scandita dal capriccio di un tecnico incompetente. Un luogo in cui la gente vola e non cade, in cui i medicinali li porta l’UPS, in cui un bambino dal sorriso speciale non resta orfano così.
Amedeo si sforza di odiare in un solo colpo tutta l’Africa Orientale. Ci mette tutto il suo essere civile, evoluto, europeo. Detesta la crudele superficialità dell’abbandono. Condanna quel ridicolo simulacro di progresso, fatto di aiuti perversi in cui si spediscono i macchinari e non i libretti di istruzione, in cui i pezzi di ricambi giacciono in casse mai aperte, soltanto perché nessun tecnico sa come montarli. Riesce soltanto a rigare di pianto il suo viso fino all’alba.
Alla mattina nessuno si presenta alla stazione. Anche il custode sembra essersi dileguato. Amedeo deve avventurarsi, da solo, verso la città. Rotola con il fuoristrada di Giampaolo per la periferia baraccata di fango e persone che circonda Arusha. Si perde per le strade inesistenti e alla fine riconosce la bottega della famiglia di Keira.
Rimane nella vettura più di un’ora a combattere con la paura di vedere gli occhi di Samuel.

Invece fu lui a riconoscerlo. Trascinò il nonno, che lo teneva per mano fino al fuoristrada. Amedeo incontrò gli occhi che aveva tanto temuto e sentì una lama di ghiaccio affondata nelle sue carni. L’abbraccio che ne seguì fu allo stesso tempo penoso e complice.
Entrò nell’ombra della casa. L’aria stessa era densa di strazio. Il nonno, seduto in un angolo, ciondolava la testa salmodiando parole incomprensibili. La moglie non riusciva a fermarsi e camminava per casa senza sosta.  A Samuel erano cresciuti gli occhi. Si erano impregnati come una spugna di umida tristezza ed erano diventati enormi; due palle lucide e tremolanti, occupavano tutto il viso. 
Amedeo non riusciva a dire o a fare.
Il suo sguardo volava ovunque tra i muri, come un uccello ferito che sbatte sulle pareti della gabbia. Non doveva essere in quel luogo, in quel momento, in quel continente ma per un imprevedibile sortilegio non si sentiva fuori posto. Nessuno lo mandò via. A cena comparve un piatto anche per lui. Fu lui a mettere Samuel a letto. Lo accarezzò con tremante dolcezza e soffiò su quegli occhi smisurati, confidando che la pena svanisse come un vapore, una nebbia.
L’indomani Amedeo guidò la macchina di Giampaolo verso l’obitorio. Attese con Samuel che i genitori di Keira riconoscessero le salme. Parcheggiati fuori dall’ospedale non dissero una parola, uniti dallo stesso dolore ma con nomi diversi. I due uscirono trascinandosi. Non sembravano soltanto vecchissimi, adesso lo erano diventati. Il nonno reggeva una busta di carta, la moglie ne stringeva furiosamente una al petto. Si avvicinarono. Amedeo uscì compitamente per aprirgli la portiera. Il vecchio con uno sforzo laborioso cercò di salire, poi si fermò e si voltò verso l’uomo. Sembrò cercare una parola. Poi senza preavviso consegnò la busta ad Amedeo. Erano gli effetti personali di Giampaolo. Amedeo sentì una fitta al ventre. La sua anima urlava – Perché a me? Perché a me? –
Eppure accettò.   
Dentro la busta una carta d’identità del Comune di Bologna mezza bruciata. Lesse la data di nascita. Giampaolo aveva vissuto quarantatré anni.
Come un masaai.
 
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The Best of October 2007
di Guido Dolara

CuLt - Ottobre 2007


 

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