LA MIA PASSIONE E' LA MIA DANNAZIONE
Il mondo precario e illusorio dei giovani d'oggi raccontato attraverso una passione che divora. Con la penna di un blogger.
Marco Candida
La mania per l’alfabeto

(Sironi, € 14,00)

Marco Candida, attivo e conosciuto blogger, pubblica per Sironi il suo primo libro, un concentrato di ossessioni e paura che è la storia di Michele, 20cinquenne maniaco della parola. La vita di Michele, concentrata in foglietti sparsi per la casa, pensieri e idee che spera un giorno di poter inserire nel suo libro, sono un buon espediente per raccontare il mondo precario e illusorio in cui spesso vivono i giovani d’oggi. La mania dell’alfabeto è a tratti faticosa, ma procede inesorabile fino a quando il mondo reale e irreale troveranno un punto di congiunzione, poco prima di essere divorati l’uno dall’altro.

Michele sembra degno esempio della classe che rappresenta. Lavora nel mondo della cultura, ma è un precario sfruttato. E' davvero così disastrosa la situazione? Che esperienza hai con la scrittura?
Michele è divorato dalla passione per la scrittura, e questo è come se lo spaccasse in due dimensioni: la dimensione della quotidianità, che lo vuole reattivo, pronto, capace, e lo incalza, anche in modo spietato, e la dimensione delle sue fantasticherie dove il tempo sembra non esserci più e dove lui è il solo padrone. Si trova, pertanto, in una situazione di conflitto tra i suoi bisogni e i suoi desideri, che sembrano proprio inconciliabili. La mania per l’alfabeto non emette un giudizio sul mondo del lavoro, cerca soltanto di mostrarlo, e anzi nella seconda parte, in un certo passaggio, Michele non si lamenta del suo lavoro, magari si lamenta delle persone che lo costringono in situazioni vessanti, in quello che oggi si chiama mobbing, ma non si lamenta del suo lavoro, e pensa anche che sia un bene prezioso, che qualunque lavoro sia un bene prezioso, e per questo si sente fortunato. Certamente, come lettori viene da domandarsi, e legittimamente, se una persona che scrive sia destinata a questi scontri così frontali, e violenti, con il mondo del lavoro, se le due cose, appunto, siano tanto inconciliabili. Su questo ti dirò che in fondo la storia di Michele non è che la storia di un venticinquenne che vorrebbe essere integrato, ma non ci riesce per una specie di dannazione, che per lui è rappresentata da questo desiderio irriducibile di voler scrivere. Con Michele, insomma, si cerca di raccontare la condizione di tutti quei giovani nutriti di sogni e di belle prospettive che poi devono fare i conti con un mondo tutto diverso da quello che gli è stato raccontato.

La scrittura diventa per Michele un'ossessione, l'ossessione delle parole. Tu che rapporto hai con la scrittura?
Sarebbe come domandarmi che rapporto ho con il mio naso o con i miei occhi o con le mie mani o i miei piedi. La scrittura è qualcosa che ormai mi appartiene completamente. E’ una parte di me. Non passa giorno e non è passato giorno mai da quando ho cominciato a saper scrivere e fare di conto che non abbia a che fare con la scrittura. Stando così le cose, non saprei se definirla un’ossessione, e nemmeno saprei connotarla in qualche altro modo. Se considero la scrittura una cosa simile al mio naso o ai miei occhi, mi sembra piuttosto insensato domandarmi se scrivo ossessivamente. Sarebbe come domandarmi se respiro ossessivamente, o se vedo ossessivamente. Mi spiego?

Che rappresenta per te questo esordio? E' stato meticoloso e ossessionante come per Michele?
Questo esordio rappresenta la possibilità di poter uscire di casa e poter dire “Io scrivo” senza dovermi vergognare di questo. Ho passato quattordici anni a scrivere senza dirlo a nessuno – a vivere due vite, si può dire anche così. E’ stato brutto. Molto brutto. E Internet, in parte, ha curato questa situazione per cui puoi dire che giochi a calcio nel campetto della tua città tutti i giorni, che hai l’hobby del footing, che ti occupi di giardinaggio, e praticamente puoi dire qualsiasi cosa e far passare come hobby qualsiasi cosa, ma se provi a dire che ti piace scrivere, che scrivi romanzi, peggio ancora se poesie, e specialmente se lo dici non essendo un notabile della città, ma un ragazzo giovane, giovanissimo, e anche se fai passare tutto questo solo e soltanto per un hobby, anche se su questo hobby hai puntato tutto, ti guardano storto, con un poco di sospetto, e non trovi nessuno che condivida le tue scelte, i tuoi gusti, che chiacchieri un po’ con te. Adesso, invece, con Internet in parte, ma soprattutto con la pubblicazione la cosa è migliorata. Respiro un po’ di più da questo punto di vista. Anche se almeno una volta alla settimana incontro qualcuno che mi dice: “D’accordo, ma che lavoro fai?”.

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