CRUDO NERO AFOSO
Il romanzo, pieno di sofferenza, di uno scrittore che tenta di raccontare ciò che gli altri fanno finta di non vedere...

Amami (Love me two times)
di Placido di Stefano
peQuod, 2007
pag 254
16,50 euro

Dino Campari, pseudonimo con il quale Placido di Stefano è solito firmare racconti e interventi on-line, esordisce sulla lunga distanza con “Amami” dopo l’affermazione in alcuni dei più importanti concorsi di scrittura nazionali, fra cui il Premio Calvino. Di Stefano firma un romanzo crudo, nero, afoso. Un romanzo che è un po’ storia d’amore, ma soprattutto sofferenza, di quelle che consumano da dentro e svuotano il cuore, il corpo. Il protagonista, disposto a fare qualsiasi cosa pur di scrivere, ha molto dell’autore che ha cambiato numerosi lavori, secondo una consolidata tradizione nel mondo della letteratura. Quello di Di Stefano è un esordio che è scatola cinese, fatto di mille contenitori che sono sempre realtà claustrofobiche e buie.

Hai ambientato il tuo romanzo a Milano, città nella quale vivi e lavori. Protagonista però non è la Milano da bere degli anni '90, ma una Milano disperata che puzza di benzina bruciata e di droga. Credi sia questa la realtà, la faccia della Milano attuale?
La Milano attuale è sfaccettata. E questo vale per tutte le grandi città, penso. Quando cammini per il centro forse noti ancora strascichi della Milano da bere. Ma appena ti sposti fuori allora tutto cambia. La periferia che circonda Milano è vasta. Degrada verso la provincia con enormi palazzi dove sembra non ci sia aria. Appartamenti incastrati con altri appartamenti come in un alveare costruito da api ubriache. Qui vivono i miei personaggi. In questi squallidi casermoni dove puoi sentire le urla di due persone che litigano in lingue diverse.

Il protagonista vorrebbe lavorare nel mondo delle lettere e, per realizzare il suo sogno, è disposto a fare di tutto. Anche tu hai fatto mille lavori, dal magazziniere al barista, senza arrenderti mai. C’è qualcosa di autobiografico? Credi che in Italia sia davvero impossibile poter vivere scrivendo o facendo qualcosa che si avvicini? 
Impossibile. O poco possibile. Uno dice: ok, voglio fare lo scrittore. E lo sa, o almeno, man mano lo scopre, che di sola scrittura non si campa. E allora pensa. Va bene. Lavoro e scrivo. E uno si mette a fare di tutto. Io ho fatto di tutto. Come molti dei miei miti: da Bukowski (che ha cambiato decine di lavori per poi lavorare alle poste di Los Angeles fino a cinquant’anni), a Carver (che ha lavorato nelle segherie). Ho fatto il magazziniere, lo scaricatore di casse, il venditore, l’impiegato, l’antennista, il barista, il muratore, davvero, non mi sono mai fermato se non prendendo pause per scrivere tra una liquidazione e l’altra. E tutti questi “mestieri”, è vero che mi hanno tolto tempo utile per la scrittura ma, d’altro canto, mi sono serviti come mezzo per conoscere la vita in molti suoi aspetti.

Il passato del protagonista è pieno di contraddizioni, dolore e sofferenza. La storia è dettata da un’indifferenza che è il fil rouge della narrazione. Credi che sia possibile vivere un’esistenza del genere? Che ci sia tanta indifferenza nella nostra società?
La nostra società si è parecchio involuta, a mio avviso, negli ultimi anni. Ma... Voglio dire... Basta guardarsi intorno. Basta leggere le notizie su un qualsiasi quotidiano. Il tema è delicato. Si sfiora sempre la demagogia parlando di quest’argomento. Ma chiunque abbia uno sguardo un minimo attento, osservatore delle cose di tutti i giorni, allora si accorge dell’indifferenza degli altri. E questo è ben visibile soprattutto nelle grandi città.

La violenza sui bambini. Sulle creature più indifese, più sensibili, è protagonista. Perché? 
Fa parte delle cose di tutti i giorni. Del nostro quotidiano. Per anni non si è mai detto nulla e adesso viene tutto fuori. Adesso scopriamo che l’uomo è una bestia. Io sono interessato a questi temi, forse perché sono cresciuto in un ambiente difficile. E’ come se volessi raccontare ciò che gli altri fanno finta di non vedere, di non sapere.


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