di Mario Morcellini
Media e
elezioni USA
L’eroe medio
dell’America invisibile e le nuove dinamiche della comunicazione
politica
La
sconfitta di Kerry, più della vittoria di Bush, offre
motivi di lettura decisivi sulla società americana di oggi, ma anche
suggestioni sul suo complicato rapporto con media e tv. Anzi, gli
elementi che emergono parlano pure alla vecchia Europa. Riguardano
anche noi.
La
società americana appare in trasparenza attraverso questa gigantesca
indagine demoscopica che sono le elezioni presidenziali; e le
tendenze socio-culturali parlano un linguaggio persino più netto
delle cifre. A parità di condizioni, la mobilitazione dei valori e
soprattutto l’insistente lavorio sulla paura prevalgono nettamente
sulla rappresentanza degli interessi economici e sociali messi in
discussione dalla crisi. Ma bisogna dirlo più chiaramente: il
conflitto elettorale negli USA si è manifestato, senza ambiguità,
come un contrasto culturale. Da un lato, l’America colta,
intellettuale, giovanile (neanche tutta) e filoeuropea, protesa a
elaborare la paura del terrorismo in un tentativo generoso ma
illuministico di razionalizzazione e di passaggio d’epoca.
Dall’altro, l’America profonda, invisibile ai media e persino poco
leggibile per la geografia dei sondaggi perché senza voce,
senza una rappresentanza simbolica della sua paura. Ripiegata nel
suo guscio nazionale. A questa seconda America, Bush ha
saputo offrire risposte convincenti e selettive, ha saputo
soprattutto sintonizzarsi senza snobismi sulle frequenze d’onda
dell’ansia sociale e interpretarla.
Non
c’è allora da domandarsi perché questa America sia quantitativamente
più forte. Certo, è facile parlarne dopo. Ma la risposta è nelle
cose, nei precedenti, nella storia e psicologia di quella grande
nazione che vive, come altre, il disagio della modernità. Intanto,
la rendita di posizione: un Presidente uscente occupa
nell’immaginario sociale uno spazio ingombrante, che si può
rimuovere soltanto facendo un diverso appello alla mitologia
collettiva. Kerry ci ha provato, ma con un arsenale
linguistico e un set di argomenti concepiti più per l’opinione
pubblica e per i media che per quella che chiamiamo convintamene
opinione-pubblico. Si può anzi azzardare il paradosso che
l’abbraccio dei media sia stato un indizio pericoloso per lo
sfidante, perché ha ufficializzato le differenze rispetto all’appeal
popolare di Bush, sanzionando quasi diverse affinità e
alleanze sociali. Persino le adesioni dello star–system hanno
rappresentato un abbraccio mortale, configurando un’élite politica
contrapposta a una moltitudine senza voce.
E quando una moltitudine è
senza voce cerca un’identificazione nel personaggio che le sembra
meno distante sul piano culturale, che parla un linguaggio
riconoscibile, a metà tra paternalismo rassicurante e stile
predicatorio, quasi evocando sullo sfondo la garanzia di curare la
paura. Colpisce che i media e i sondaggi abbiano vissuto quasi
un'altra campagna: hanno immaginato di essere alla vigilia di un
cambiamento culturale, ignorando che la diffusione della paura e
l’emergenza terroristica militano sempre per rinviare il cambiamento
e chiedono di rafforzare la rassicurazione e lo status quo. Dobbiamo
prendere atto che il nuovo mondo è quello in cui evapora, almeno in
parte, la forza politica dei media. Essi sono capaci di
rimettere in corsa un candidato ma non di dargli la vittoria. La
dinamica dei “vaticini” circa la vittoria dell’uno o dell’altro
candidato ne sono una prova indiretta. La rielezione di Bush,
data quasi per scontata nella prima fase delle Presidenziali, quando
ancora le Primarie non avevano consegnato a Kerry lo scettro
di front-runner, è stata progressivamente avvolta da un’aurea
di incertezza per poi quasi sfumare dopo la prima conta dei voti, la
notte scorsa. In realtà, già poche ore dopo il primo dibattito
presidenziale le certezze sulla rielezione di Bush avevano
cominciato a vacillare pesantemente quando anche l’autorevole
Gallup aveva dichiarato Kerry in vantaggio di una
manciata di punti. Lo stesso risultato si è ripetuto nelle analisi
che hanno seguito i dibattiti successivi quando un freddo e
professionale Kerry “impone” i suoi temi a un Bush
sulla difensiva che non riesce a sfoderare sino in fondo l’arma
della guerra al terrore. Bisogna tornare indietro di qualche mese
con la memoria per ricordare come siano stati proprio i “media” a
portare avanti la battaglia più dura contro il Presidente in carica.
Basta pensare a quanto si sono spesi in favore del candidato
Democratico (o, più propriamente, contro quello Repubblicano)
personaggi di rilievo internazionale come Springsteen o
Eminem che gira addirittura un video in odore di spot
anti-Repubblicano. O, ancora, ricordare l’endorsement dei più
autorevoli quotidiani statunitensi e, ancora, non sottovalutare il
peso di MoveOn, movimento della società civile pacifista che
attraverso Internet ha raccolto circa due milioni di aderenti, un
numero impressionante per un Paese che aveva raggiunto picchi di
apatia politica senza precedenti. Cosa è successo allora? Cosa non
ha funzionato o ha provocato un cortocircuito nella complessa
macchina mediale statunitense? Forse, con queste elezioni è anche
finita un’epoca in cui si poteva sostenere con confortante
tranquillità che i media, se non determinanti per l’esito politico
di un partito o di un candidato, erano comunque in grado di
rappresentare gli umori, la pancia della società civile nelle
moderne democrazie occidentali. In questo caso, non solo la
televisione ha restituito un’immagine distorta della società civile
americana ma neanche è stata in grado di mantenere le “promesse
elettorali” della vigilia. Pur con i dovuti distinguo, un caso non
molto dissimile da quanto accaduto in Italia nelle ultime elezioni
europee quando il partito mediaticamente più forte ha dovuto
registrare un’emorragia di consensi elettorali (dati Mediamonitor -
DISC 2004). Si tratta, ovviamente, di un dato in questo momento
secondario rispetto alla gioia dei vincitori e allo stile che,
comunque, va riconosciuto agli sconfitti. Ma quando le acque
dell’America laica e di quella confessionale si saranno calmate sarà
necessario che su questo dato si promuova una seria riflessione. |