di Agnese Ananasso

Me lo sono scordato!

Si fa presto a dire “ti ricordi?”. Ma cosa vuol dire ricordare? Quali meccanismi si nascondono dietro la memorizzazione? Un processo lungo e delicato che mette in moto una parte importante del nostro cervello, che non sempre funziona perché quasi sempre si dimentica senza accorgersene.

 

La memorizzazione è un processo delicato come l’immagazzinamento dei dati in un computer, il cosiddetto storage, che in un’azienda è la base di tutto il sistema informatico. Allo stesso modo, ma senza l’utilizzo dei software, avviene nell’essere umano. Ricordare è vivere, formare un’identità. Perdere la memoria è come perdere una parte della propria storia personale, del modo d’essere. Conservare le informazioni è una delle capacità più importanti del cervello umano-

 

I luoghi della memoria

Non esiste un luogo specifico del cervello dove risiede la memoria, ma ci sono delle aree che vengono stimolate di più rispetto alle altre, l’ippocampo e l’amigdala, e altre che vengono coinvolte nella formazione di una configurazione neuronale determinata. Questa distribuzione puntiforme permette che le informazioni non vengano perdute facilmente e anzi, siano recuperate. Anche il sistema libico, responsabile delle emozioni, viene coinvolto nel processo, è per questo che le emozioni e i sentimenti influenzano fortemente il ricordo, l’apprendimento e la dimenticanza.

 

I tipi di memoria

Gli stimoli e le informazioni ricevute dall’esterno compiono un percorso, passando per tre diverse tipologie di memoria:

Memoria sensoriale

Si divide in iconica o visiva, ed eroica o uditiva. La memoria sensoriale, capace di trattenere le informazioni per soli due secondi, scarta il 75% delle informazioni che colpiscono il sistema sensoriale e del restante 25%, solo l’1% arriva alla memoria a breve termine.

Memoria a breve termine

Quell’1% delle informazioni permane nella memoria a breve termine per 30 secondi, poi comincia a deteriorarsi, a meno che non ci sia una reiterazione del ricordo. Quello che “sopravvive” viene trattenuto grazie alla creazione di schemi e categorizzazioni mentali.

Memoria a lungo termine

Le informazioni trattenute grazie alla schematizzazione passano alla memoria a lungo termine, che costituisce il magazzino da cui attingiamo i ricordi della vita passata, il sapere enciclopedico, le emozioni. Così formiamo il nostro comportamento, la gestualità, sviluppiamo le abilità cognitive.

 

C’è chi sceglie di perderla

Se la memoria è un bene così prezioso perché alcuni preferiscono perderla? La rivista Nature ha pubblicato i risultati di una ricerca di due psicologi dell’Università dell’Oregon, che confermano la teoria freudiana che il cervello possa rimuovere ricordi spiacevoli. Secondo il loro esperimento le persone possono spingere i ricordi fuori dalla coscienza e causare la loro dimenticanza. Ad esempio è possibile che bambini vittime di abusi sessuali usino una strategia simile per convivere con i loro ricordi scioccanti. Quando un bambino subisce un abuso da una persona a lui vicina può succedere che dica di averlo dimenticato perché così attiva una difesa nei confronti dell’aggressore. Stesso evento si verifica nei soggetti con disturbi da stress post-traumatico (Ptsd), che  rivivono sempre ricordi terribili. Forse provano a sopprimere il ricordo degli eventi senza riuscirci perché qualcosa interferisce con i processi inibitori.

 

Nuove cure: la memoria cellulare

Il cervello non è l’unica zona dove risiede la memoria, anzi questa risiede in tutte le cellule del corpo. Si parla di memoria cellulare quando il nostro corpo è in grado di immagazzinare ricordi a livello di ogni singola cellula e influenzare i nostri comportamenti, anche quelli di routine. Se a seguito di stress o trauma emozionale non si rimarginano le ferite, la libertà di azione può rimanere limitata nel tempo e portare anche a delle patologie. Lavorando sull’energia che risiede nelle cellule, quindi nel nostro corpo, si opera il cosiddetto rilascio di memoria cellulare per guarire i cosiddetti disturbi emozionali. Con questo metodo si va ad agire direttamente sulla muscolatura e sull’energia che risiede in essa. Questa tecnica si chiama bio-feedback, è ancora poco conosciuta ma informazioni si possono trovare sul sito internet www.cellularmemory.net, o in libreria in The power of Now di Eckhart Tolle (Editore New World Library, pp.224 € 13,12) e “Il codice del cuore” di Paul Pearsall (edizioni Rizzoli, pp. 318 € 4,65).

 

Nuove prospettive dal Dna

Al CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) hanno scoperto, in collaborazione con scienziati americani, che l’apprendimento dipende anche dal Dna, cioè dai geni del cervello, 140 per la precisione. La ricerca è stata pubblicata su Proceedings of National Academy of Science. La scoperta rappresenta una svolta nello studio delle terapie per la cura delle malattie celebro-degenerative, come l’Alzheimer e altre malattie della memoria. Tramite moderne tecniche di indagine sul genoma, gli studiosi sono riusciti a implicare nel processo di apprendimento e memorizzazione 140 geni, identificati con funzioni diverse e in grado di frenare la degenerazione delle funzioni della memoria. Questo tipo di terapia, abbinata all’utilizzo di molecole, come il Growth Factor-18 (ancora in fase di studio), potrebbe migliorare le capacità cognitive in condizioni patologiche.

 

Imparare a memoria

La tradizione vuole che i bambini a scuola imparino a memoria le poesie perché in questa maniera si dovrebbe incamerare lo “scibile umano”. Intere generazioni hanno adottato tale strada per sviluppare l’apprendimento degli alunni ma negli ultimi anni si sono sviluppate nuove teorie di insegnamento, secondo le quali imparare a memoria sviluppa dei risultati positivi, è vero, ma bisogna affiancarvi anche un tipo di didattica che tiri fuori le inclinazioni e la creatività, per far crescere non solo la cultura ma anche il bambino-persona. Per saperne di più, Howard Gardner, Educare al comprendere (Edizioni Feltrinelli, euro 33,60)

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