BRILLETTURE di Nancy Brilli
Come quella volta che sono andata a trovare
mia madre
Non aver capito chi ci ha
lasciati, o non essere riusciti a farci capire da chi non c’è più… E
quando quel qualcuno è ormai sottoterra, è troppo tardi. Lo
raccontano le poesie di Edgar Lee Masters, seducenti nello
svelarci i fantasmi del nostro passato…
Il giorno di Natale del '94, con
la mia macchinetta, sono andata. Mi sono fatta spiegare la strada
almeno dieci volte, e da mio padre, e da mia nonna e da una zia e
dall'altra zia. I fiori al banco di fronte all'entrata, mi sa che li
ho pure pagati cari, e che ne so io del prezzo dei fiori? Il Verano
è una città, quanto è grande, accidenti! Oggi è il venticinque
dicembre. Ieri sera sono andata a messa, anche con mamma ci andavo
sempre, mi ricordo di una volta, che forse poi era pure l'ultima,
imbacuccata nel cappotto di pelliccetta finta, sentivo i passi, era
un momento strano per me, io sempre a letto dopo Carosello, l'una di
notte era un evento epico, c'era un senso di avventura grande, dalla
chiesa a casa saranno stati cinquecento metri, ma io ero piccola,
eh, avevo otto anni. Beh, i passi strascicati sulla ghiaia del
sagrato, i piedi piccoletti e un po' pesanti per via delle scarpone
coi plantari, che ci avevo i piedi piatti e allora dovevo portare
quei fardelli di cuoio e ferro che facevano sempre un gran casino
(la bambina ha dei plantari ortopedici, signorina per favore solo
scarpe con lacci o cinturino, no, le ballerine ovviamente no,
nemmeno i mocassini, lacci o stringhe, prego). Me lo ricordo così
bene il rumore, tutta la poca memoria che conservo di mia madre è
legata ai suoni. La sua voce sono certa che potrei riconoscerla.
"Senti questo rumore dei sassetti, mamma? Mi piace. Me lo sento
rotondo nelle orecchie. Si può dire rotondo, di un rumore?"
"Si può dire, certo, è un bel rumore. Scrocchia, Fa compagnia”.Eh,
sapessi quanto mi è mancata la tua, di compagnia! Chissà come sarei
adesso, se tu ci fossi.
Ma guarda un po’ questo posto
quanto è grande, un cimitero che al posto delle tombe ci sono i
palazzi, e scale per salire, e luci per ricordare...mi faccio
spiegare al telefono la strada, e mi sbaglio, e sbaglio ancora, e
non riesco a trovarla giro e giro e sono sempre al punto di partenza
e ho in mano le stelle di natale e devo fare pipì e non trovo il
bagno e poi lo trovo, che madonna quanto puzza e non c'è la carta,
solo un chiodo con appesi pezzi di giornale fetido e stantio e
allora mi asciugo con la carta dei fiori e ricomincio a girare: la
piazzetta e la fontanella e il corridoio tra i palazzi di loculi e
la cappella diroccata e le lamiere dell'inceneritoio e tre scalini e
una stradina tra le siepi e a sinistra una cripta e a destra mamma…
oddio! Una lastra di travertino, con intorno tutti fiori e dietro
tre alberelli, una grande croce di ferro scuro distesa e poi i nomi
di tutti. In fondo alla tomba ci sono dei vasi, due piccoli di latta
e uno grande, di coccio. Come sono calma. Fa freddo e c'è il sole.
Prendo il vaso grande, lo svuoto e cambio l'acqua, metto dentro le
stelle. Belle, così rosse e allegre. Appoggiata agli alberelli c'è
una scopetta di saggina, la uso per pulire la lapide dagli aghi di
pino che la insozzano. Mi siedo da una parte, vicino alla foto di
mamma: aveva 39 anni quando è morta. La sua foto è scolorita, ma
l'avevano trattata in maniera da sembrare appena fatta, sai quelle
foto da morto, con le guance troppo rosee e i colori pastello dei
vestiti e del fondo. Con il dito tolgo le caccole di terra
appiccicate al nome, al suo e agli altri, tiro su col naso, pulisco
l'ovale della foto ma non è pulizia, è carezza. Queste lacrime di
oggi colano da sotto gli occhiali neri, ciao mamma, mi manchi tanto.
Sai, ho fatto un bel po’ di casino da quando te ne sei andata, ho
avuto paura, paura del mondo e della gente, mica della morte, quella
eri tu che ce l'avevi, e hai visto com'è andata. Sono passati anni,
forse qualcosa ho imparato e di sicuro mi è costato caro, ho dei
pezzi in meno nella pancia ma ora è passata, una strana famiglia che
si tiene con lo sputo, e tutto questo tu di certo lo sai già e io
comunque te lo dico lo stesso, sto qui con te, finalmente, per la
prima volta dopo tanto tempo accetto il fatto di saperti sepolta
qui sotto. Troppi anni fa sei morta, e la malattia carogna mi ha
amputato i sentimenti, sei morta un giorno e me lo hanno detto che
era già successo e io non ci ho creduto e poi però non è successo
altro per tutta la vita. Ha continuato a succedere sempre, ogni
giorno, sempre per sempre e io qui che ti so così poco e ti amo
ancora, e ancora così tanto.
Una sensazione di tenerezza
grande, ti parlo, ti racconto. Aiutami, guidami, ti prego, io non
sono brava, non sono mai stata molto brava con la gente, con l'amore
non ci ho mai capito niente, dimmi cosa devo fare, ho bisogno di
aiuto, te ne prego. Io ci provo a essere brava, ogni sera mi chiedo
se sono stata una brava persona, ma che ne so, nessuno mi ha
aiutata, ho fatto quel che ho potuto, mi sono sbranata le carni,
ottusa di orgoglio e diffidenza. Mica troppo bene mi è venuta, la
vita, ma neanche troppo male, insomma, lo vedi, ho bisogno di
consigli. Per piacere.
L'ho salutata, e in tutto questo
non c'e nulla di patetico, solo amore a traboccare fuori. Fa un po’
freddo, ora. Mi stringo nel piumino e mi rendo conto che è passato
tutto il pomeriggio, è quasi tardi. Vado a casa, adesso devo capire,
cioè devo aver chiaro in mente, che quello che va fatto lo so già.
Oggi sono dieci anni dopo. Ho un
bambino, e sono un po' migliore. Ho un uomo che mi ama, un lavoro
faticoso e bello e qualche amico sincero. Mica tutto è perfetto,
dentro so quella che ero, ma tanti nodi sono sciolti. Mi devi aver
parlato. Ti ho ascoltata, si vede.
Mamma, mi saluti? Tienimi
stretta. Io ti tengo.
A dicembre va bene rileggere
l'Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Mastes.
una Nancy così
Antologia di Spoon River
di Edgar Lee Masters
edizioni Einaudi Tascabili
507 pp., euro 9,80 |