di Roberto Pisoni

Nei panni di Peter Sellers

Intervista a Geoffrey Rush

 

Il cinema disdegna le biografie degli attori, che in genere fanno invece la fortuna della televisione. Così è stato il canale cable americano HBO a consentire a Stephen Hopkins (regista di Blown Away - follia esplosiva e di molti episodi della serie 24 Hours) di raccontare su grande schermo la vita tumultuosa di Peter Sellers. Attore il cui genio polimorfo ha segnato a fuoco la memoria degli spettatori – con l’ispettore Clouseau, il Dottor Stranamore, Hrundi V. Bakshi e Mr.Chance, per citare solo alcuni dei suoi strepitosi personaggi. La difficoltà maggiore era ovviamente trovare un attore che fosse pazzo abbastanza da osare il confronto con Sellers. Sfida accolta, non senza titubanza, dall’attore australiano Geoffrey Rush, virtuoso quanto basta da meritarsi un oscar con Shine (1997), e superbamente vinta perché, se del film Life and Death of Peter Sellers qualcosa rimane, è proprio la performance di Rush. Al di là della somiglianza fisica, la sua interpretazione è stupefacente, proprio in quanto interpretazione e non imitazione. Il suo Peter Sellers è forse l’unico possibile: un superbo camaleonte dalla personalità multipla.  

Quanti personaggi diversi interpreta nel film?
Interpreto Sellers in gran parte della sua vita e dei suoi film per un totale di 38 personaggi. Ho indossato una trentina di parrucche, altrettante dentiere e infinite lenti a contatto.

All’inizio non era così convinto di accettare il personaggio …
Stephen Hopkins mi ha spedito la sceneggiatura nel 2001. Sono rimasto colpito dall’abilità con la quale era riuscito ad andare oltre la semplice biografia – che è una piaga del cinema – per concentrarsi sull’Inghilterra dell’epoca, sull’identità dell’attore e sull’intersezione tra vita e ruoli. Per scoprire che il motore, soprattutto nel caso di Sellers, è l’ansia. Lo script era affascinante, ma poi ho incontrato i fan di Sellers che sono possessivi e ossessivi e, una volta accettato il ruolo, avevo paura di diventare il loro zimbello. Sono stato sedotto dalla sceneggiatura ma sinceramente pensavo che recitare l’Amleto sarebbe stato molto più semplice. Ma un anno dopo, Stephen è tornato all’attacco e mi ha convinto.

Come è diventato Peter Sellers?
Ho cominciato ad ascoltare le sue trasmissioni radio, rivedere tutti gli show televisivi e, ovviamente, i film. Un immersione totale per tentare di gettare dei ponti tra la sua vita e la mia. Avevo una moltitudine di personaggi da interpretare, con frasi, intonazioni e accenti molto diversi. Non solo dovevo diventare inglese, ma parlare più dialetti, con tanto di affettazioni e sfumature. Ho lavorato duro e con metodo sulle specificità vocali dei personaggi e, mentre giravo La maledizione della prima luna, il mio coach mi faceva fare degli esercizi quotidiani. La preparazione è durata sei/sette mesi ed è stata un tour de force.

L’impressione è che, per quanto lo si osservi da vicino, l’uomo Sellers sia assolutamente imprendibile…
Sellers era polimorfo. Tenero, violento, paranoico, dotato, rancoroso… L’obiettivo che mi ero prefissato era quello di non giudicarlo. Non farne un uomo meschino e violento, ma una persona di cui potevo essere amico. Mi sono allontanato nei toni dalla biografia di Roger Lewis che, rivelando dei comportamenti poco gloriosi della sua vita, aveva fatto scandalo alla sua uscita. Ho preferito abbordare questo ruolo come quello di un uomo fantastico, drammatico, talentuoso, amoroso, frustrato e immensamente celebrato. Sellers era una dose di LSD fatta uomo. E’ lì che mi sono reso conto di aver spesso recitato personaggi realmente esistiti: Trotzkji in Frida, Sade in Quills, David Helfgott in Shine. E li ho affrontati ogni volta con lo spirito del detective, dell’ispettore… Clouseau!

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