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di Roberto Pisoni
Made
in Corea
Il “nuovo” cinema coreano è un
vivaio di artisti dal talento versatile che sta invadendo i festival
di tutto il mondo. Effetto moda?
Attribuendo il Leone d’Argento per la
regia a La casa vuota (3-iron), sagace elegia d’amore
e solitudine diretta da Kim Ki-duk, l’ultimo festival di
Venezia ha riconfermato, ce ne fosse ancora bisogno, la vitalità
del cinema della Corea del Sud. Un paese diventato, nel torno di
nemmeno un decennio, un vivaio di cineasti dal talento versatile e
appassionato che spopolano nei festival di tutto il mondo.
L’industria cinematografica
sudcoreana non è mai stata così prospera: con il 52% del mercato, le
sue produzioni – garantite da una politica distributiva
protezionistica - contendono senza difficoltà i primi posti delle
classifiche del box-office nazionale ai blockbuster americani.
Hollywood, da parte sua, si è accorta del “fenomeno” e rastrella
diritti per preparare i remake nazionali di film tanto esotici e
bizzarri.
In Europa quest’anno non è trascorso
festival senza la consacrazione di un film “made in Corea” - a
cominciare da Old Boy, tragedia della vendetta di Park
Chan-wook premiata da Quentin Tarantino a Cannes.
Se alcuni parlano di “effetto moda” –
come è accaduto in passato per il cinema iraniano, cinese e
hongkonghese – i film che riescono a passare le frontiere
d’Occidente rivelano una freschezza e una diversità innegabili,
siano essi action movie, horror, drammi intimisti, psicologici o
film d’animazione. La maggior parte dei registi, allevati al gusto
del cinema americano, hongkonghese e giapponese, se ne appropriano e
ne trascendono i codici, offrendo uno stile allo stesso tempo
singolare e universale. Ma lungi dall’essere semplici imitatori,
molti di loro sono veri e propri autori, le cui poetiche sono
intimamente legate all’ambiente di provenienza. Così la separazione
e il doppio sono temi ricorrenti e rimandano al trauma della
divisione della Corea, dopo il 1948, tra Nord e Sud.
I fautori di questa nouvelle vague,
in maggioranza della stessa generazione, sono stati a lungo
controllati e vessati da un regime fino alla fine degli anni ottanta
molto autoritario. L’esplosione e la scoperta del cinema sudcoreano
può essere fatta coincidere con l’uscita di Shiri, nel 1998,
film di spionaggio di Kang Je-gyu dal budget muscoloso, che
ha realizzato il record d’incasso sugli schermi nazionali, prima
d’invadere Giappone e Hong Kong. Una novità assoluta per
un’industria fino a quel momento ripiegata su se stessa. I
distributori internazionali rivolgono lo sguardo verso Seul, i
registi e gli investitori locali prendono atto del loro potenziale.
Il successo di Shiri ha fatto nascere una serie di prodotti
in serie, l’industria si è rapidamente istituzionalizzata. I gruppi
finanziari hanno preso il potere sui produttori con il solo
obiettivo di distribuire internazionalmente i loro film. Insomma,
come molti piccoli cinema che si affacciano sul mercato globale
quello sudcoreano vive già una fase d’incertezza e pericolo, con la
concorrenza pronta a strangolarlo.
Se presso il pubblico europeo registi
come Hong Sang-soo o Kim Ki-duk, che propongono opere
intimiste, beneficiano di una certa riconoscibilità, restano
assolutamente marginali nel loro paese. In fondo si tratta di un
fenomeno che, al di là dei grandi riconoscimenti critici (in Francia
e nel resto d’Europa prima che in Italia, dove questi film sono
distribuiti ancora a singhiozzo), non ha ancora raggiunto il grande
pubblico. Tuttavia, quali che siano i pericoli, l’onda emotiva
provocata dal cinema sudcoreano è al contempo stimolante e
rinfrescante. Il futuro parlerà per loro, sempre che sappiano
gestire le turbolenze produttive e resistere ai canti delle sirene
americane.
I nomi
Hong Sang-soo, il minimalista: 44 anni, figlio di produttori, si
è formato negli Stati Uniti e in Francia e proprio alle
frequentazioni della Cinémathèque parigina deve il gusto
“europeizzante” del suo stile. In un’intervista ha dichiarato che la
visione di Diario di un curato di campagna (1951) di
Robert Bresson è stata determinante per la sua vocazione.
Un’influenza che si ritrova nella sua direzione degli attori, molto
straniata, e nell’istinto geometrico dell’inquadratura. Hong, con il
tono assai libero e naturalista delle sue opere e il ritmo rilassato
della regia, occupa un posto particolare nel cinema sudcoreano
d’oggi, da “minimalista” appartato. Il suo ultimo film presentato in
concorso a Cannes, Woman is the Future of Man (2004) segue i
tormenti d’amore di trentenni alla deriva, parenti dei personaggi
migliori di Rohmer e Truffaut.
Im Kwon-taek, il maestro: 68 anni, con più di cento film alle
spalle in quaranta anni di carriera, Im è uno dei cineasti coreani
più prolifici. Nato da una famiglia distrutta dalla guerra di Corea,
realizza il suo primo lungometraggio nel 1962, Farewell to the
Duman River, e si afferma nei generi bellico e poliziesco. Dovrà
attendere gli anni ottanta e lavori più personali affinché la sua
opera oltrepassi le frontiere del paese, grazie ai festival
internazionali. Così Chunhyung (2000) e soprattutto Ebbro
di donne e di pittura (2001), uscito anche in Italia, e per il
quale ha vinto il premio alla regia a Cannes 2002, gli hanno fatto
guadagnare un pubblico occidentale sempre più numeroso. Con una
filmografia così eclettica e pletorica è difficile riconoscere uno
stile particolare a Im. La sua regia, formalmente molto
raffinata, l’iscrive tuttavia in una tradizione piuttosto classica.
L’ultimo film, Lowlife (2003), in concorso a Venezia 61, è un
affresco politico della storia coreana, dalla guerra agli anni
settanta.
Kim Ki-duk, l’irriducibile: 44 anni, con il coetaneo
Sang-soo è il più europeo tra i cineasti coreani, ma anche il
più selvaggiamente indipendente. Preferisce lavorare in maniera
autonoma piuttosto che nei circuiti della produzione tradizionale,
per avere libertà totale di creazione. Si è completamente
autofinanziato il penultimo film, Samaria, girato in soli 12
giorni. Malgrado le condizioni precarie, la sua regia, molto
istintiva, rivela un’abilità sorprendente e un senso perfetto
dell’inquadratura. La sua favola umanista Primavera, estate,
autunno, inverno... e ancora primavera (2004) è uno dei pochi
film ad aver avuto un discreto successo anche in Italia. Se
L’isola aveva turbato Venezia 2000 per la violenza di alcune
scene, quest’anno La casa vuota ha convinto tutti.
Bong Joon-ho, l’enfant-prodige:
35 anni, Bong
ha studiato sociologia all’università e si è occupato parallelamente
della programmazione di un cineclub. Dopo essere stato aiuto
regista, ha scritto delle sceneggiature prima di esordire nel 1999
con la commedia burlesca Barking Dog
Never Bite.
Ma la sua scoperta avviene con l’uscita del potente
Memories of a Murder,
largamente osannato al festival del film poliziesco di
Cognac.
Malgrado la sua giovane età e con soltanto due film all’attivo,
Bong
ha già imposto nel mondo del cinema sudcoreano uno stile vivo e
preciso. Sta preparando il terzo lungometraggio,
The River,
film catastrofico ad alto budget, in cui Seul è minacciata da
un’inondazione apocalittica.
Park Chan-wook, il leader:
41 anni. Grazie al
recente successo di pubblico di Old Boy
in Corea e al premio di Cannes, Park
è diventato una specie di leader della
nouvelle vague
coreana. Attivo nell’industria coreana fin dal 1988 come assistente
alla regia e traduttore, esordisce nel 1999 con
Simpan,
un fallimento al botteghino, immediatamente riscattato dall’energico
JSA: Joint Security Area
e confermato, due anni dopo, da
Sympathy for Mr. Vengeance,
grande successo in Corea e amatissimo dai più importanti festival
internazionali. Park
ama ricordare come il suo amore per il cinema risalga alla visione
de La donna che visse due volte
(1958) di Hitchcock,
ma le sue influenze sono molto più contemporanee. Lo stile barocco e
coreografico di John Woo
e di Tsui Hark
è molto presente sia in JSA
che in Sympathy.
L’ambiente freddo e glaciale di Old
Boy, come la
sua sceneggiatura, richiamano invece alcune atmosfere alla
David Fincher.
Quel che è certo è che i suoi eccessi nella rappresentazione della
violenza hanno impressionato perfino
Tarantino.
Kim Jee-woon, l’inquieto:
40 anni, Kim
ama sorprendere e giocare con i generi. Gli piace collocare i
personaggi in situazioni volontariamente irreali e bizzarre.
L’influenza del suo “fratello” giapponese
Takashi Miike
è abbastanza evidente. Non è un caso che quest’ultimo abbia voluto
fare un remake del suo film d’esordio, il delirante
The Quiet Family,
la storia di una famiglia di gestori d’hotel che raccoglie, uno dopo
l’altro, i cadaveri dei suoi clienti. Il secondo film,
The Foul King,
è stato uno dei successi 2000 in Corea, mentre
Due sorelle
(2002), uscito anche in Italia, è chiaramente ispirato ai film di
fantasmi giapponesi, come The Ring
di Hideo Nakata.
Kim,
dopo essere diventato punto di riferimento per l’horror più
criptico, ha annunciato una svolta: il prossimo film sarà un noir
all’europea, influenzato da Jean-Pierre
Melville.
Kim Moon-saeng, l’idealista:
quarantenne prodigio dell’animazione, si è formato a una scuola di
belle arti, specializzandosi nel design in 3D presso un’università
d’arte industriale. Se, in materia d’animazione, il Giappone rimane
il riferimento assoluto, non si deve dimenticare che i migliori
tecnici sono coreani e numerosi produzioni nipponiche ricorrono alla
loro perizia. Difficile però quando si pensa a un film d’animazione
asiatico non evocare i nomi dei maestri
Hayao Miyazaki
e Katsushiro Otomo.
Lo stile visivo, molto manga, di
Wonderful Days,
l’unico lungo di Kim,
con la sua mescolanza di 2D e 3D e l’utilizzazione di alcuni
procedimenti rivoluzionari (come la telecamera digitale ad alta
definizione), ne fanno un’opera singolare. Unico neo la
sceneggiatura troppo dolciastra per essere all’altezza di tanto
lusso visivo.
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