degli studenti dell’Università La Sapienza di
Roma
Liberi dal teatro
Una nuova esigenza
comunicativa impone la colonizzazione di nuovi spazi per la
rappresentazione teatrale. L’insufficienza dello spazio
istituzionale si accompagna all’impeto dell’azione. Il teatro
irrompe nella vita, non più esperienza mimetica della realtà
bensì evento, fatto. Ciò ha dato inizio alla creazione di un “nuovo
teatro” e ha spinto varie personalità ad intraprendere un nuovo
percorso artistico. Ieri era il teatro classico di parola, regno
dello spazio scenico chiuso e predeterminato, del pubblico come
quarta “parete”. Oggi assistere ad uno spettacolo teatrale non
implica più il sedersi in platea. I “nuovi teatranti” sostengono che
questo cambiamento sia ancora in corso e trova nei centri sociali e
negli spazi occupati (anche temporaneamente) gli unici luoghi adatti
ad accogliere le nuove istanze. In questi spazi si rintraccia un
surplus di significato dato dall’esperienza del e sul
luogo: lo spazio scelto per la rappresentazione non è neutrale
ma è uno spazio che comunica in prima persona, anche a discapito
della parola stessa, ormai insufficiente nelle nuove performance dai
molteplici codici espressivi. I “nuovi artisti” si definisco
illegali, a un primo livello, proprio per questo e si rifanno
direttamente all’esperienza dei rave, dove l’occupazione
illecita di uno spazio pubblico è una tappa fondamentale. A Roma
centri sociali quali lo Strike, l’Astra, l’ Ex-snia
Viscosa e il Rialto Sant’ Ambrogio sembrano essere le
realtà più attive nella scena. I referenti del movimento romano, che
operano in queste nuove realtà, sottolineano l’enorme dispendio di
energie e l’assoluta professionalità dei nuovi artisti, che svolgono
autonomamente e autofinanziandosi l’intera produzione della
performance. Si definisco illegali anche in senso lato, perché
operano al di fuori degli spazi istituzionali e al di fuori della
convenzionalità. Infine si tende ad associare questi nuovi gruppi
all’illegalità perché aderiscono a movimenti di dissidenza nei
confronti del potere costituito e perché operano all’interno dei
centri sociali, strutture non a norma di sicurezza e comunque
occupate illegalmente. Le autorità giuridiche si sono accorte del
lavoro culturale messo in atto dai centri sociali. Infatti è datata
1995 una delibera del Comune di Roma (delibera 26) che sancisce
“la normativa per l’accesso agli immobili di proprietà comunale da
destinarsi ad usi sociali, assistenziali e ricreativi”. In
questo modo i centri sociali sono riconosciuti come personalità
giuridiche, quindi considerati non più illegali. La delibera 26,
però, ci fanno notare i responsabili dei centri sociali, è un’arma a
doppio taglio. Infatti riconosce questi come enti legali
obbligandoli però ad avere una struttura a norma di sicurezza e a
pagare, in occasione degli spettacoli, “l’esorbitante” tassa sui
diritti d’autore alla S.I.A.E, cose materialmente impossibili per i
pochi fondi a disposizione. Per questi e altri motivi i centri
sociali si stanno battendo per un nuova delibera, “più accorta e
realistica della delibera 26”. Storicamente il cambiamento si può
leggere nell’ operazione sovversiva di Artaud e si
concretizza negli studi sul corpo di Grotowsky, nel teatro
“terzomondista” di Barba, nel teatro sociale di Boal e
nel teatro itinerante del Living Theater. Tutti questi
movimenti attivi dagli anni ‘60 muovono da concezioni comuni quali
il rifiuto di una società repressiva e il desiderio di
liberazione dell’essere umano assieme alla fiducia nel teatro
come mezzo di espressione e l’impegno per la costruzione di una
nuova consapevolezza sociale. Le produzioni degli spettacoli
iniziarono a ispirarsi a criteri non convenzionali: si trattava di
produzioni povere e l’incasso era l’offerta libera del pubblico.
Fare teatro impegnato politicamente comportava molti problemi con le
autorità che spesso chiudevano i locali occupati per motivi
amministrativi e arrestavano i membri delle compagnie. Per questo il
nuovo modo di far teatro, che ha bisogno di posti reali per
inscenare la vita, sarà fino ad oggi vincolato nel suo nuovo spazio
ai confini dell’illegale. Attualmente il teatro tradizionale e i
luoghi off (non convenzionali) si stanno compenetrando. La
contaminazione è rintracciabile anche a livello dei codici
espressivi: il teatro, contro la canonizzazione del linguaggio, è di
difficile categorizzazione e i contenuti sono espressi attraverso
molteplici linguaggi: visuale (installazioni video),
performativo-corporale e orale. Cambia la personalità sociale, e il
teatro come sempre ne è testimone.
(Di Marco Lupo, Cecilia
Marotta, Riccardo Di Giacomo, Erio)
Net.Art: arte e denuncia
Il termine net.art,
composto da due parole, non è casuale. La prima parte del binomio
indica il carattere comunicativo e interattivo di questa nuova forma
di espressione. La seconda invece, sottolinea la sua esteticità ed
espressività. Quindi non si parla di sola estetica ma anche e
soprattutto, di comunicazione paritaria. Un esempio per questo nuovo
tipo di comunicazione è il fenomeno del draving blog. Nasce
dalla blog-mania, i cosi detti diari di bordo, spazi web in
cui il fruitore esprime liberamente se stesso con fotografie o
scrivendo. Nel drawing la community interagisce con il disegno e non
con le parole. Nata dall’incontro tra l’eredità delle avanguardie e
l’innovazione tecnologica, la net.art non va messa in
relazione ma va intesa come pratica che mira a sostituire le opere
con le operazioni e la rappresentazione con la produzione di nuovi
circuiti comunicativi. Solo in questa prospettiva essa può essere
interpretata come nuovo modello di relazione sociale con delle
qualità estetiche proprie, a differenza dell’art on the web che
utilizza internet semplicemente come mezzo di diffusione delle
informazioni. La net.art è nata nel ‘95, da un’intuizione
dell’artista Vuk Cosic. L’idea è legata alla Rete, dove i
net-artisti entrano in contatto con la logica delle macchine e
con le dinamiche relazionali, ci giocano e cercano di portarle in
superficie facendole esplodere dall’interno. Al di là del carattere
spesso giocoso che le opere di net.art assumono esse svolgono
un importante ruolo di critica della rete e dei rapporti di potere a
essa sottostanti. Proprio questo tratto impegnato porta questa forma
d’arte anche fuori dal web, caratterizzandola di fisicità. E’ nato
cosi the War Time Project, progetto costituito da
oltre 50 artisti che agiscono a livello personale e in gruppo.
Organizzato attraverso Internet War Time Project ha
contribuito a creare una reazione e una riflessione contro ogni tipo
di guerra, del passato, del presente e del futuro. Il progetto è
destinato a essere visitato on line ed anche a essere visto “live”
come una performance. Gli artisti che vi aderiscono sentono di poter
in qualche modo contribuire ad abbattere tutti i confini e le
barriere che sono state erette tra i popoli dai costruttori della
guerra. Le opere che si possono trovare nel sito internet del
londinese Andrew Forbes rivelano come il digitale può
diventare mezzo di espressione e di denuncia. Si sta facendo strada
l’idea che ogni forma di espressione artistica debba circolare come
una sorta di linfa vitale. Ma in che cosa consiste veramente questo
tipo di attività? L’abbiamo chiesto a Daniele Cascone, web
designer e grafico pubblicitario che al di fuori dell’ambito
professionale si dedica alla computergrafica, perché “solo cosi
posso esprimermi in piena libertà e senza avere nessun limite
imposto dal lavoro”. Nelle sue immagini esprime emozioni
represse e sentimenti contrastanti. Per lui realizzare un opera
digitale è “come dipingere su una tela virtuale”. In questo
modo tutte le sensazioni dell’artista passano attraverso l’opera
uscendo dagli schemi rigidi del software che usa, riuscendo cosi a
caratterizzarla con quel calore che è proprio dell’essere umano. Il
web può essere visto come una grossa mostra virtuale sempre aperta
al pubblico in qualsiasi orario; è possibile confrontarsi e farsi
conoscere in una maniera molto più rapida e semplice senza alcun
confine!
(Di Micol Vidoni)
Liberi da cosa?
Molte forme di espressione del
pensiero sopravvivono cercando di aggirare la legge (ad esempio il
bookcrossing che tenta di smantellare il diritto d’autore
senza però infrangere alcuna norma), altre invece rischiano di
incorrere in gravi sanzioni penali (Art crime: l’iconoclastia
del nuovo millennio tentare di de-sacralizzare le forme d’arte
riconosciute istituzionalmente deturpandole, spesso in maniera
irreparabile). La Costituzione è chiara, l’art. 21 tutela la
manifestazione del pensiero ma non è cosi semplice come sembra.
Fra il problema del diritto d’autore, le reminescenze legislative di
epoca fascista, le forme nascoste di censura preventiva è sempre più
difficile accedere all’espressione del pensiero e dell’arte. Per
potersi esibire in luogo pubblico o aperto al pubblico bisogna
essere in possesso di una licenza e richiedere il permesso
all’Autorità competente (obbligo sussistente anche per chi svolge il
mestiere di artista girovago). Sono tuttora in vigore alcune parti
del “testo unico per la pubblica sicurezza” (risalente al
1931!) in cui si vieta di rappresentare spettacoli che possano
turbare l’ordine pubblico o contrari alla morale ed al buon costume.
L’articolo 666 del Codice Penale prevede che chiunque, senza la
licenza dell’Autorità, in un luogo pubblico o esposto al pubblico,
dia spettacoli o intrattenimenti di qualsiasi natura, apra circoli,
sale da ballo o di audizione, sia punito con la sanzione
amministrativa da 258 a 1.549 euro. Chi recita in pubblico drammi o
altre opere, chi fa rappresentare in pubblico pellicole
cinematografiche, non sottoposte prima alla revisione dell’Autorità,
rischia oltre all’ammenda pecuniaria anche il carcere fino a sei
mesi. Chi intende distribuire o mostrare pubblicamente le proprie
opere deve depositarne (deposito legale) una copia presso le
Biblioteche nazionali di Roma e Firenze (Legge 106/2004) e una
seconda presso il Registro per le Opere protette dal diritto
d’autore istituito presso la Presidenza del Consiglio (legge 633/41
aggiornata con la 248/2000).
Devono essere depositate le
seguenti tipologie di opere:
-
libri; opuscoli; pubblicazioni periodiche;
manifesti
-
grafica d’arte; video d’artista
-
documenti fotografici; sonori e video; musica
a stampa
-
film iscritti nel pubblico registro della
cinematografia tenuto dalla Società italiana autori ed editori
(SIAE); soggetti, trattamenti e sceneggiature di film italiani
-
documenti diffusi su supporto informatico;
documenti diffusi tramite rete informatica (omissis)
Dall’elenco si evince come
la legislazione italiana tenti di regolamentare qualsiasi forma di
espressione persino le pubblicazioni su Internet, passando per
mostre, scenografie ed opuscoli. Questo tipo di controllo a tutto
campo è legato alla volontà di conservare la memoria della cultura
e della vita sociale italiana e proteggere il Diritto Proprietario
da eventuali abusi.
(Di Francesca Aurora,
Annalisa Russano)
X saperne di +
telestreet:
www.chellenger,it/telestreet/kit.htm
www.ltx.it/kit.htm
www.telestreet.it/telestreet/tv/orfeotv/realizzazione.htm
bookcrossing:
www.bookcrossing.com
cinema:
www.cinemaindipendente.it
www.shortvillage.com
www.cortocircuito.it
illegal art
show:
www.guerrigliamarketing.com
musica:
www.poison-free.com
www.movimenta.com
le leggi:
www.renewal.org.au/artcrime/pages/front.html
Codice penale
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