degli studenti dell’Università La Sapienza di Roma

Illegal Art Show: chiamata alle arti

E’ l’ultima tendenza nel circuito della comunicazione autoprodotta. E’ il richiamo per tutti quelli che hanno qualcosa da far vedere, pittori, disegnatori, fotografi, fumettisti, scultori, musicisti, performer, street-artisti multimedialisti, stilisti, installatori ambientali, per coloro che pensano di essere artisti o che credono che tutti lo siano, per i curiosi, per chi vuole mostrare le proprie opere senza chiedere il permesso a nessuno. Una mostra d’arte, o meglio un’ “opera d’arte collettiva” autogestita, autofinanziata, non autorizzata. Da  Milano si è già diffusa a Roma, Bologna, Torino e Catania. Un richiamo che vola su Internet o un passaparola per riunire tutti quelli che vogliono abbattere le barriere tra arte, artisti e pubblico, e che lo vogliono fare in uno spazio urbano, aperto, libero dai vincoli e costrizioni di musei e gallerie. Un momento d’incontro per liberare l’espressività di ognuno, dove artista e fruitore si confondono, dove chi ha bisogno di esplodere fuori dai luoghi artistici deputati all’esibizione lo può fare, dove non c’è discriminazione tra forme artistiche, in cui la creatività è l’unica parola d’ordine. L’Illegal Art Show ha lo scopo di influire nel flusso spazio-temporale della metropoli che scorre ininterrottamente sempre uguale a se stesso. Riappropriazione dello spazio urbano soprattutto di quelle aree di attraversamento tra il non-luogo di lavoro e il non-luogo di consumo, spazi dove i rapporti sociali diventano impossibili e la routine fa abortire ogni possibilità di attivazione cerebrale. Attraversare gli spazi urbani recuperando delle informazioni come gli elementi architettonici, l’illuminazione, i rumori, gli odori e i colori, individuare luoghi atti a instaurare un dialogo con lo spazio, diventare prosumer (produttore-consumatore). Z.B. è nato 26 anni fa a Roma, città dove vive e dorme, cosi racconta (preferendo restare anonimo).

Come sei venuto a conoscenza dell’Illegal Art Show?

Mi hanno contattato gli organizzatori, alcuni non so neanche che faccia abbiano, li conosco solo on-line e passaggi di e-mail. Devono aver trovato il mi sito navigando tra le maglie della rete…per loro è una prassi setacciare web alla ricerca di stimoli.

Come è andata la tua prima partecipazione all’inziativa?

Ho ricevuto l’appuntamento via mail, altrimenti lo si trova sul sito o su flayer che viaggiano nella città. Ho portato i miei lavori, l’appuntamento era nel passaggio pedonale della metro di Cipro a Roma, un posto fighissimo fatto posta per questo, praticamente una galleria a cielo aperto. Sono arrivato tra i primi e questo mi ha permesso di scegliere un buon posto dove mettere in mostra le mie opere: è cosi che funziona, chi prima arriva prima sceglie dove mettersi, non c’è una organizzazione degli spazi. Ero veramente entusiasta, ci eravamo conquistati uno spazio nella città senza chiedere niente a nessuno e la gente che passava era incuriosita, tutti felici perché in quel posto di normale passaggio per chi si va a rinchiudere in una scuola o in un ufficio c’era una iniziativa aperta, spontanea. In quell’occasione ho venduto il mio primo quadro, l’ha comprato un’anziana signora di Catania tutta ingioiellata, ho immortalato il momento con una foto che ora ho nella mia stanza! A un certo punto sono arrivati poliziotti, nessuno li filava e la situazione era tranquilla, ma poi qualcosa è cambiato, e ci hanno mandato via con la forza…ma che fastidio davamo?!? Qualcuno per le prossime volte vorrebbe chiedere dei permessi per occupazione di suolo. Ma l’Illegal è nato con uno spirito diverso, perché dobbiamo sempre chiedere il permesso o pagare qualche gallerista? Io credo che dovremmo continuare cosi…

Cosa ti piace dell’Illegal Art Show?

La cosa bella è la spontaneità, e il fatto che il modo di procedere sia come un contagio, come le spore dei funghi. Ci sono tanti  illegal  in programma in nuove città. Io e altre persone che ho conosciuto li, abbiamo deciso di organizzarci per portare in giro per l’Italia i nostri lavori durante l’estate, vedi come si fa!? Ci si conosce, ci si contamina e si contamina il territorio circostante. Non è semplice, si trova sempre qualcuno che cerca di incanalarti nell’istituzionalità, ma finché ci sarà un ordine stabilito ci sarà sempre quella che i sociologi chiamano devianza…noi la alimentiamo con l’arte libera.

(Di Cristiana Raffa, Francesca Dell’Anno)

 

La passione che muove la musica

In un momento in cui le forme di controllo sociale stanno diventando sempre più serrate e sempre più concentrate nelle mani di pochi, l’autoproduzione può testimoniare il rifiuto nei confronti di un sistema fondato su controllo e censura. L’autocontrollo e l’autogestione possono essere forme di espressione e creatività in opposizione all’industria della musica intesa come consumo di massa. Tutto questo per la precisa volontà di non farsi strumentalizzare da nessuno, per non soddisfare gli interessi di manager, produttori e case discografiche. Le pratiche del D.I.Y. cioè del Do it yourself (fallo da solo) sono utilizzate anche da chi invece le figure professionali come manager e produttori a cui affidarsi le ha cercate da sempre senza mai ottenere i risultati sperati.

Concentriamoci su un esempio pratico. Se 4 o 5 ragazzi decidono di suonare insieme e formare un gruppo, vanno incontro a delle difficoltà. Ecco quali:

  1. Questi ragazzi hanno bisogno di un posto dove esercitarsi. Una sala prove. Esistono sale professionali che mettono a disposizione spazi e strumentazione, ma molti gruppi preferiscono svuotare e pulire una cantina. Dopo aver buttato via carissimi ricordi di infanzia, vecchi mobili, ombrelloni e la sedia della nonna, si procede con l’insonorizzazione. Sono necessari materassi e gommapiuma da attaccare in qualche modo alle pareti (questo tipo di materiale abbonda vicino i cassonetti!). Sono molto preziosi anche i cartoni delle uova, servono a far aumentare il volume delle pareti per trattenere il suono.
  2. Quando la band ha composto un numero sufficiente di pezzi può cominciare a cercare uno spazio per organizzare un concerto. Bisogna produrre un cd o almeno un demotape promozionale. Una volta che questo gruppo, promoter di se stesso, ha fissato le prime date deve pubblicizzare l’evento. Basta un computer per la grafica di un flayer e un manifesto da fotocopiare. Poi distribuire o appendere il tutto nei negozi di dischi e strumenti musicali o, ad esempio, nelle scuole, all’università, durante altri concerti, alle fermate degli autobus. E’ meglio ripetere il giro più possibile, in varie nottate. I vostri manifesti potrebbero essere da chiunque abbia la vostra stessa idea. Questa è una “guerra” iniziata prima che arrivaste voi!
  3. Se il gruppo è ben avviato può decidere di realizzare un disco o un cd. Esistono moltissime etichette discografiche. Alcune sono molto piccole e desiderose di crescere producendo gruppi. Non esistono contratti. Gli accordi sono presi a voce! La prima stampa dei loro prodotti si aggira intorno alle 1000 copie. Le etichette discografiche più facoltose a volte pagano le spese di registrazione ai gruppi che producono. Di solito, però, i costi di produzione sono divisi in questo modo: la band autoproduce le spese per lo studio di incisione e il proprietario dell’etichetta sostiene le spese di stampa, pubblicità e produzione. Questi dischi possono essere trovati nei negozi specializzati o, insieme a magliette, spillette, fanzine, nei banchetti durante i concerti (questo uno dei modi migliori per la band per trovare qualche soldo utile).

Le fanzine sono giornali periodici, fotocopiati o stampati. Chiunque può decidere di scrivere e pubblicare le proprie idee autoproducendo una ‘zine. Si tratta di un’infinita lista di nomi, gruppi, etichette, distribuzione ecc. Un’idea in più può essere quella di produrre le magliette della band e vendere anche queste. Tutto questo, o quasi, come detto, avverrà naturalmente con i propri mezzi!

Alla fine comunque, come ci spiega un componente dei K’e-k’e-m (gruppo sardo), “il metodo migliore per pubblicizzarsi è dare il massimo durante i concerti. La gente apprezza molto l’impegno anche quando la musica non è particolarmente gradita, si tratta quindi di qualcosa che va al di fuori di logiche di mercato, perché per impegnarti dal vivo non hai bisogno di soldi e tanto meno ne devi sborsare…è qualcosa inerente solo alla tua passione per la musica, l’unica cosa che spinge avanti, come i k’e-k’e-m”.

(Di Annalisa Vitale, Donato Zarrilli, Eleonora Esposito, Emanuele Sammali, Cristiano Suriano)

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