degli studenti dell’Università La Sapienza di Roma

Intervista all’antropologo Massimo Canevacci, docente di antropologia culturale all’università di Roma “ La Sapienza”

Cos’è per te l’arte o espressione libera? E l’arte libera è sempre libera?

L’arte in senso stretto non esprime solo libertà ma processi di liberazione, in quanto il prodotto artistico comunica al fruitore ciò che va oltre la legittimazione dello status quo, favorendo processi di auto liberazione. Nell’arte c’è sempre un istanza critica e sovversiva nei confronti dell’etica, della morale, dei codici, dei comportamenti.

Quale è il limite tra la libera espressione e quella controllata dalle istituzioni?

E’ difficile stabilirlo, ma il limite può essere valicato quando non tanto l’arte riconosciuta, ma quella che esprime la molteplicità dei linguaggi e che colloca lo spettatore in un’area liminoide, viene espressa nei circuiti istituzionali e nei luoghi tradizionali. Se la sua potenza innovativa è abbastanza prorompente non subirà la normalizzazione delle istituzioni. Perché le istituzioni neutralizzano l’opera d’arte e gli artisti perdono in esse la loro potenza liberatoria.

Perché fuori dagli schemi e dai luoghi istituzionali?

Qualsiasi forma istituzionale spinge l’artista anche implicitamente a scegliere differentemente il proprio contenuto espressivo. Ci sono artisti che si incuneano negli interstizi non ufficiali della comunicazione della metropoli e lì creano materia espressiva non riconducibile alle norme del potere consolidato e ossificato. Qualora venga meno una corrispondenza tra autonomia espressiva dell’artista e dimensione di liberazione del prodotto espressivo, l’artista diviene una sorta di stipendiato. Senza questo binomio egli diviene colui che lavora a progetto per un’istituzione.

Hai mai incontrato un artista “fuori”?

Ho conosciuto artisti che usano il proprio corpo come testo non vedendolo più come uno strumento attraverso il quale realizzare l’arte, ma come tessuto di menti, ascrivibile e modificabile come opere d’arte. Negli anni ’80 incontrai un artista Catalano Marcelia Antunes Roca, il quale instaurava un rapporto tra computer e spettatore tale da renderlo uno spett-attore, che modificando il corpo dell’artista attraverso il computer modificava il testo dell’opera d’arte.

Un'altra artista francese Orland, modifica il corpo, morfizzando il proprio viso tramite personaggi presi dalla storia dell’arte di altri paesi come donne Inca o S. Teresa, per testimoniare l’esigenza di un’identità fluida, molteplice, tecnoidentitaria. Poi c’è l’arte più performativa, come le performance teatrali o musicali inscenate non negli spazi tradizionali ma nelle aree dismesse. Anche l’arte del riciclaggio di merci in disuso per essere ricontestualizzate artisticamente esprime un legame tra il corpo dei corpi e il corpo delle merci.

C’è una trama che connette tutte queste forme artistiche?

La trama che le connette è disordinante. E’ il singolo soggetto che crea questa trama e ognuna è diversa, scomponibile e modificabile.

Cosa significa libera espressione nella società attuale? Ci sono differenze rispetto al passato? Quali?

C’è una risorsa che libera sempre più l’arte: la tecnologia. L’arte e la tecnologia si sono sempre intrecciate, trovando soluzioni di volta in volta più o meno significative. Le tecnologie contemporanee rappresentano una frattura dalla tradizione, spingendo la forma espressiva dentro contesti (Internet, etc.) in cui essa non rimane fissa o vincolata al suo autore, ma diviene modificabile, nel tempo e nello spazio. Il rapporto comunicazione-tecnologie ha come conseguenza il potere di controllo dei flussi espressivi. Se da un lato la dilatazione, conseguente la diffusione delle nuove tecnologie, permette a chiunque di comunicare la propria “opera”, dall’altro si creano sfondi inquietanti di manipolazione.

(Di Annamaria Placido, Laura Guglielmo)

 

S.F. movies, pensate con la vostra testa

C’è il cinema Hollywoodiano, quello di Cinecittà, quello indipendente, e da un anno in Italia c’è un nuovo tipo di cinema: gli S.F.Movies, dove S sta per “Surprise”, F per “Free” e a parlarcene è colui che una sera di settembre di qualche anno fa lo ha “concepito”. E lui preferisce che non venga fatto il suo nome.

S.F. Movies, cosa come e perché?

Si tratta come può essere evinto dalla sigla di FILE GRATUITI A SORPRESA. Il concept è quello di creare dei mediometraggi da proiettare a sorpresa nei paesini della provincia italiana, quei paesini che hanno un solo cinema. In questi paesini piombiamo noi ( io e la mia “squadra” di lavoro) monopolizziamo una o più giornate cinematografiche proponendo gratuitamente il frutto del nostro lavoro. Dopo la proiezione cerchiamo di creare un dibattito sul film, e il giorno dopo via verso un altro paese.

Ma come si realizza un mediometraggio, senza poi guadagnarci nulla?

Tutto questo si concretizza a partire dal sogno condiviso di 5 ragazzi “malati di cinema” e facoltosi, che usano la fortuna assegnata loro dal caso per trasmettere un messaggio attraverso il mezzo che amano.

Detta cosi sembra quasi una sorta di apostolato...

Lo so può sembrare “fanatismo cinematografico”, ma alla fine dei conti si tratta solo di 5 ragazzi che sentono di non essere rappresentati dal modo odierno di far cinema. Chiariamoci, noi adoriamo il cinema, solo che non ci troviamo d’accordo sul fattore denaro. Il cinema dovrebbe essere una missione, un veicolo di educazione al bello, un’alfabetizzazione al contenuto ma troppe volte si riduce solo a una macchina per far soldi. Basta pensare al costo di un biglietto per assistere ad una proiezione…

In che modo vi rapportate con il cinema indipendente?

Ci rapportiamo male (ride). Il cinema cosiddetto indipendente non è altro che una porta sul retro per entrare nel grande mercato. Mi fanno davvero sorridere certi registi che rilasciano interviste sui loro giorni bui, nei quali impegnavano le mutande per produrre il loro primo film. Trovo aberrante che il punto d’arrivo per questi giovani registi del “cinema indipendente” sia diventare fotocopie di quei registi e produttori che nei giorni della fame criticavano.

Hai parlato più volte di messaggi. Quali sono quelli che voi intendete trasmettere attraverso i vostri film?

Il messaggio è unico: PENSATE CON LA VOSTRA TESTA. Un messaggio di libertà assoluta e incondizionata che, soprattutto nei piccoli centri nei quali la disinformazione e la cultura di casta la fanno da padrone è necessario iniettare. Il nostro primo mediometraggio si intitola Pseudo ed è una commedia pungente che prende di mira la tendenza dei giovani di oggi a non essere se stessi bensì appartenenti a gruppi sociali per identificarsi con qualcosa di forte e sicuro.

Qualche anticipazione sul nuovo film in produzione?

Assolutamente no (ride). Siamo contro la pubblicità, non vogliamo entrare nel circolo dei “vieni a vedere il nostro film”. Ti ho parlato di Pseudo per cercare di spiegare un po’ quello che è il messaggio che vogliamo trasmettere. Non dimenticare poi che gli S.F.Movies sono sorprese!

Ultima domanda: speranze di assistere a questi eventi in città?

(ride di nuovo) assolutamente no!

(Di Michele Iorio)

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