degli studenti dell’Università La Sapienza di Roma

Manifestazioni illegali di pensiero

Vuoi esprimere liberamente il tuo pensiero? Preparati a evadere, a scavalcare barriere e a muoverti in modo clandestino. Perché per riappropriarti dei tuoi spazi spesso devi scegliere l’illegalità

  

La nostra società richiede una qualifica specifica, una specializzazione sempre più approfondita, ritmi di vita serrati e schemi per poter “vivere al meglio”. Saper fare qualcosa per potersi realizzare nella vita, ma anche solo per ottenere un posto dove rifugiarsi. C’è un isolamento che ci allontana non tanto dagli altri, quanto dall’ambiente che ci ospita nel quale passiamo, ma nel quale non viviamo come dovremmo. Siamo senza un posto dove poter essere indipendenti, veri e soprattutto liberi. Siamo così incastrati nelle nostre idee e nelle righe delle istituzioni che per poterci esprimere liberamente dobbiamo evadere, scavalcare con insistenza quello che noi stessi abbiamo creato. C’è chi sceglie luoghi e vie legali istituzionali, senza però trovare posto per sé.

Nascono cosi tanti movimenti di espressione libera (da vincoli). Arte per chi la fa e per chi ne fruisce. Nessuna approvazione di esterni, nessun vincolo legale o fisico.

La voglia di esprimere se stessi in questi casi irrompe nelle piazze, nei buchi neri dell’etere, su Internet, nel cinema e nel teatro, ovunque.

Per trasmettere emozioni agli altri non servono leggi o musei di chissà quale eleganza, basta avere la passione da trasmettere, anche a tutti i costi.

(Di Valentina Ruocco, Cristiano Suriano)

 

Quell’insostenibile leggerezza dell’etere

Sono circa 140 le televisioni semiclandestine sorte in Italia sulla scia della bolognese “Orfeo TV”, nata nel 2002. L’ultima frontiera della libertà di espressione si chiama “street tv”, microemittenti che sfruttano i così detti “coni d’ombra” ( frequenze non ancora acquisite da nessuna televisione) per mandare in onda quello che gli altri non dicono. E’ una situazione analoga a quella degli anni ’70, quando le radio libere cominciarono a trasmettere con successo contenuti innovativi e originali nonostante le leggi statali lo vietassero. A inaugurare il fenomeno delle “tv di quartiere” a corto raggio è stata appunto “Orfeo tv”, nata il 21giugno 2002 da un’intuizione di Giancarlo Vitali e che trasmette in un area di 200 metri nell’omonima via Bologna. La durata delle trasmissioni di una emittente-tipo è di poche ore al giorno, rigorosamente senza palinsesto e concentrata su documenti video locali e internazionali: denuncia sociale, riprese di eventi cittadini, cortometraggi, filmati reperiti in Internet e interviste. Piccole, efficaci ma per qualcuno scomode, le street tv fanno controinformazione e può capitare che qualcuna venga chiusa. E’ il caso di “telefabbrica”, la televisione dei lavoratori FIAT di Termini Imerese, e di “Disco volante” gestita da una cooperativa di disabili di Senigallia, subito oscurate. L’aspetto della legalità è determinante per l’esistenza e l’attività delle tv di quartiere. La legge Mammì prima e la Gasparri poi stabiliscono che senza autorizzazione non è possibile “installare, né esercitare impianti di telecomunicazioni”. Per il proprietario di una tv di strada non in regola è prevista una sanzione amministrativa dai 250 ai 10 mila euro fino all’arresto da 6 a 18 mesi. Le tv di quartiere che attualmente trasmettono sul territorio italiano sono illegali ma i titolari dichiarano di appellarsi all’ art. 21 della Costituzione che garantisce la libertà di pensiero con ogni mezzo di diffusione. Duro e polemico il tono di Antonio Ciano, l’uomo che da solo ha sfidato il sistema politico e mediatico inaugurando tra i primi una delle street tv del Lazio, TMO: “Basta con la pubblicità e la moda, un freno ai reality show, la televisione deve mostrare la realtà”, ha detto.

(Di Renzo Di Falco, Alesia Del Monte, Simona De Piccoli)

 

Se ami un  libro lascialo libero

Si chiama bookcrossing il fenomeno nato in America e lanciato in Italia a Settembre 2003 presso la fiera letteraria di Mantova grazie all’attività di Fahrenheit, il programma radiofonico di Radio Tre. E’ il nuovo cult del momento, nata con lo slogan: “se ami un libro lascialo libero”, ovvero abbandonalo sulle panchine di un parco, in metropolitana, al bar, in spiaggia, al cinema o a riposo in una sala d’attesa. E’ un movimento vivo, solo in Italia gli aderenti al bookcrossing (bookcorsari) sono 21mila. I membri della vasta comunità amanti dei libri, si incontrano virtualmente tramite internet sul sito ufficiale ( www.bookcrossing.com) per donare o ricevere un libro giudicato particolarmente interessante e significativo, che a sua volta sarà poi donato e/o ricevuto tutte le volte che troverà qualcuno pronto ad accoglierlo. Un solo obbiettivo: trasformare il nostro mondo in un enorme biblioteca libera. Il bookcrossing è sentito dai bookcorsari come una vera e propria “missione di pace” per favorire, diffondere e  liberare dalle barriere burocratiche, e non solo, le culture del mondo nel mondo.

(Di Stefania Elia de luca, Sabrina Di muro, Agnese Perillo, Nicola Vella, Antonio Pezzullo)

 

Illegale o no…comunque graffito

Un’arte collettiva, un esposizione murale di pubblica accessibilità. Graffiti è scrivere sul muro, è ogni dipinto figurativo realizzato con semplici materiali (bombolette spray, rulli, gessetti) e in luoghi tradizionalmente non destinati a questa attività. Il writing nasce come espressione di ribellione sociale sul finire degli anni ’60 nei ghetti neri degli U.S.A. Raggiunge l’Europa solo successivamente. Quella dei writers è una cultura variegata e complessa nella quale confluiscono elementi legati a storia, tradizioni e singole personalità. In passato ci sono state discussioni sulla reale comprensione dei graffiti nell’ambito dell’arte, ma come ogni altra forma artistica, il graffito richiede medesime capacità di produzione ed espressione: passione, creatività, talento e impegno. A differenza di altre forme d’arte però il graffito si muove a cavallo tra legalità e illegalità: nasce come azione illegale, una sorta di invasione di spazi e beni pubblici, con lo scopo di raggiungere più persone possibili e di creare una nuova forma d’arte basata sulla libera espressione. Per evitare un abuso di libertà le istituzioni hanno cercato di incanalare il fenomeno in una forma più controllabile, mettendo a disposizione dei writers dei “muri legali”, appositamente destinati a murales e dunque senza conseguenze giuridiche. Resta il fatto che per i graffitari i muri bianchi sono brutti. E allora perché non cambiare volto alle città e rinnovare le aree suburbane? Ogni buon writer comincia taggando (lett. firmando) nel proprio quartiere, sui treni, nei depositi di metro e autobus, durante il giorno e la notte con in spalla lo zaino pieno di bombolette. I graffiti sono un avventura: correre, infiltrarsi, fuggire. Dipingi con l’adrenalina e la trasmetti con il tuo graffito e che questa forma d’arte sia solo tua, è testimoniato dalla Tag. La Tag è la firma, strumento fondamentale per l’identificazione di un writer, con cui l’artista crea se stesso e la leggenda del suo nome, senza per questo sentirsi da solo con la propria arte, ma con la possibilità di entrare a far parte di una Crew. La crew è un gruppo di writers che sentono una sorte di coesione, di condivisone di idee e di un’identità che li stimola e allo stesso tempo li protegge mentre danno forma concreta al loro impulso artistico. I graffiti non sono come gli altri dipinti, sono arte pubblica nel senso migliore del termine perché sono creati in pubblico e per il pubblico. E’ solo a questo stesso pubblico che spetta riuscire a distinguere un atto vandalico da una forma d’arte.

(Di Federica Esposito, Giulia Arduini, Susanna Perrotta, Emanuela Ermacora)

 

Il cinema sotto il Cinema

La storia comincia così. Ci sono due fratelli nati dalla stessa madre, abitano la stessa casa. Si somigliano molto eppure sono diversi, nel modo di parlare, di camminare, di mostrarsi in pubblico: il più grande è appariscente, sicuro di sé, anche se non sempre la sua intelligenza va a buon fine; il secondo è più riservato, molto sensibile e acuto, tuttavia le sue grandi doti sono spesso offuscate dall’esuberanza dell’altro. “Cinema” e “cinema indipendente” sono i protagonisti del racconto. Se del primo si sa già tanto, del secondo si ignora quasi tutto. Si potrebbe azzardare una doppia definizione: da un lato c’è il cinema indipendente nel vero senso della parola, il cosiddetto piccolo cinema, realizzato con pochi mezzi, che punta soprattutto sulle idee, e dall’altro quello fatto solitamente da personaggi già noti in altri ambiti, non escluso quello cinematografico, che sfruttano tale successo per realizzare progetti propri. L’origine della sua filosofia è da ricercarsi negli ‘60 dove film come “La verifica incerta” (1964) di Gianfranco Baruchello e Alberto Grifi, considerato il manifesto del cinema indipendente italiano, sono il sintomo di una strana “malattia” proveniente dall’America. Si arriva a un modo diverso di concepire l’arte su pellicola e, da allora ad oggi, si è fatta strada una convinzione: indipendente è chi non si assoggetta ai canoni del cinema nazionale, chi si contrappone a un circuito cinematografico troppo rigido ed è disposto a trattare argomenti che vanno oltre le tematiche ufficialmente riconosciute. Quello del cinema indipendente è un universo sotterraneo ricco di potenzialità, che nella maggior parte dei casi è costretto a districarsi fra budget esigui e beghe legali; nel corso degli anni si è trasformato per forza di cose in un prodotto di nicchia, perdendo progressivamente visibilità e attrattiva sia per il pubblico sia per i potenziali produttori e distributori. Se questa è la situazione italiana, viene spontaneo un confronto con la mecca del cinema e la patria delle Majors, cioè Hollywood, dove paradossalmente si hanno più probabilità di essere notati con un film low-budget (a basso costo) che qui in Italia. Passando alle forme pratiche che il cinema indipendente assume, la più efficace è senz’altro il cortometraggio. Considerato spesso come la porta di servizio per entrare nel cinema con la “c maiuscola”, il corto sta lottando per acquistare la dignità di opera autonoma; tuttavia per i problemi legati alla visibilità e in particolare per problemi commerciali, visto che praticamente non ha mercato, rimane confinato nell’ambito dei festival. Raramente approda al cinema. Nonostante questo, grandi passi avanti si sono fatti in particolare nel campo della produzione con la nascita di case anch’esse indipendenti, come la Pablo Film o la Infinity Media, e non ultimo è da considerare il finanziamento statale, con l’articolo 8. Un campo tutto da esplorare è invece quello della distribuzione. Ogni anno in Italia viene prodotto un numero cospicuo di film, ma ben pochi riescono a “farsi vedere”, questo perché nella maggior parte dei casi si punta di più sulla produzione lasciando in forse un elemento altrettanto importante come la diffusione del lavoro finito. C’è chi riesce ad arrivare alle grandi distribuzioni e chi può invece puntare su quello che sarà probabilmente il futuro del cinema d’avanguardia, cioè la rete: Internet diventa vetrina e spazio espositivo. Le prime esperienze nel campo si collocano intorno al 1993, a San Francisco e Seattle, dove un gruppo di autori indipendenti realizza, a basso costo e con tecnologia digitale, prodotti che mettono in rete, scavalcando così le Majors e i circuiti di distribuzione tradizionale. All’interno dello stesso quadro si potrebbe inserire il Niff, Net Indipendent Film Festival, manifestazione completamente virtuale che da quest’anno, per tutto il mese di marzo, ha permesso a una giuria, composta da soli internauti, di visionare i ventuno film in concorso sul proprio computer e decretarne il vincitore, che è rimasto su internet per tutto il 2004. Naturalmente non mancano sull’argomento pareri favorevoli e contrari: da un lato c’è chi ritiene la distribuzione delle pellicole in rete un nuovo canale di promozione, e dall’altro chi imputa al web la futura morte del cinema. Comunque accanto a Internet si sta affacciando la possibilità di una diffusione direttamente su dvd, le cui potenzialità non sono affatto da sottovalutare.

(Di Chiara Guarino, Pamela Gagliardi)

 

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