2011: l'arte pubblica come media per veicolare messaggi.
ComunicArte
Viaggio tra le nuove forme d'arte.
Nate per comunicare.
Artisti 2.0
Le zanzare del web
Ronzio assordante.
Veloce. Dinamico. Sono le zanzare del web,
tastiera in mano e occhi sul monitor. Pronte all’invasione. Il
ticchettio dei tasti è il
fischio di partenza, eppure si protrae per tutta l’impresa. Un ritmo
incalzante. Da schiene dritte e fronti corrugate. Fino al contatto che rilassa i muscoli. Ecco,
l’iniezione.
Sono gli artisti
di oggi, ancora in bilico tra realtà e finzione. Vestiti di ali leggere. Col pungiglione
in trappola, infilzato com’è nella rete.
Legati al mondo, loro che volevano liberarsene. Il primo contatto basta a
succhiare via ciò che viene. Contenuti,
link, post. Un pasto veloce quanto un click. Sono zanzare
insistenti, curiose. Sorseggiano idee per riempirsi la pancia e crescere
ancora. Poi si staccano, lasciandosi dietro schiere di colline pruriginose, il
loro gentile apporto al paesaggio
informatico. È nell’avventura del web 2.0 che l’arte lascia i retroscena d’élite per abbracciare il
grande pubblico. Le basta abbandonarsi a quel gioco di relazioni e interazioni
che la rendono accessibile a
tutti. È lì che si consuma lo scambio equo tra l’artista e il suo mondo di
riferimento. La regola è condividere.
Dare e ricevere allo stesso tempo. Seminare, per poi raccogliere.
Il nuovo esemplare
di insetto nerd è l’artista digitale,
che non è solo chi elabora contenuti tecnologici a partire dal web, ma chi si
rende fruitore e creatore allo stesso tempo. Promotore
dell’arte e di se stesso. Pioniere di mondi futuri. Internet fa da culla a un mondo di artisti emergenti che, per la
prima volta, sono in grado di aggirare le barriere d’entrata del mercato di
settore e offrirsi alle luci della ribalta. I vestiti di scena sono marketing e comunicazione. E può farlo chiunque. Basta creare un proprio blog e affacciarsi da una delle tante
vetrine online (www.artgallerycaffe.com,
www.artenelbaule.com, www.pittart.com ecc.), dove è possibile ottenere
visibilità.
In un’epoca in cui
le informazioni non si bloccano
in ingorghi di spazi ristretti e
tempi stabiliti, per andare
avanti basta un piede sull’acceleratore e un motore (di ricerca!) che gira. La democratizzazione dell’arte
permette a tutti di investire nel settore. Di trarre vantaggio dalla propria
attività artistica. Talento e creatività sono le vostre armi competitive. Un feedback costante vi permetterà di
rimanere in carreggiata, vi aiuterà a capire cosa funziona e cosa no. Volate,
zanzare. Volate.
Lorena Spampinato
ComunicArte
La street art e le forme d’arte del nuovo millennio.
Parola d’ordine: condividere il messaggio.
Boom! Nuove forme d'arte costellano le nostre città. La Casio
ha affidato la promozione del proprio prodotto simbolo – l’orologio G-Shock – a
due street artists, Duty Gorn e Mr. Wany, con il compito di rivisitare il tempo
in chiave artistica. Il writer Pao, in collaborazione con la Motta, ha accompagnato le
giornate milanesi di shopping dipingendo sui tram i principali simboli di
Milano e del Natale. Il volto di Assange (fondatore di WikiLeaks) è divenuto
uno stencil per molti street artists, utilizzato come simbolo di protesta
civile. Il comune di Faenza, in provincia di Ravenna, ha incaricato i writers
di valorizzare gli spazi del centro storico con le proprie opere. A Roma, fino
al 31 Gennaio 2011, la parola d’ordine è Street Art: cinque artisti hanno
realizzato progetti site-specific negli spazi di Casa delle Letterature per
esprimersi sulle contraddizioni della vita.
Le manifestazioni
artistiche del ventunesimo secolo - tra le quali soprattutto la Street Art - contagiano tutti, esperti e non, riscontrando
sempre più consensi in ogni ambiente della società. Convergono, però, in un
unico intento: comunicare un messaggio a chiunque vi entri in contatto. Uno dei
maestri della comunicazione artistica è Iginio De Luca, diplomato all’Accademia
di Belle Arti di Roma e Professore all’Accademia di Belle Arti di Torino. Vanta
un curriculum di oltre venti mostre, tra personali e collettive, ed è uno dei
principali promotori delle nuove forme d’arte: dalla Street Art alla pittura,
dal video all’installazione, dal suono all’elaborazione fotografica. De Luca è
riuscito in imprese quasi cinematografiche: proiettare un gregge di pecore
sulla facciata di Palazzo Chigi il 14 Dicembre 2010, giorno della tanto
discussa fiducia al governo Berlusconi e, precedentemente, riprodurre la
scritta “LAVAMI” sul luogo inaccessibile e inviolabile per antonomasia, la Cupola di San Pietro. «Ho
scelto la cupola, la star delle cupole – ci spiega De Luca – perché incarna in
un colpo solo il massimo grado di metafore religiose, politiche ed artistiche.
Ho scelto una parola, una sola parola, che in sintesi comunichi più cose
contemporaneamente. Mi piaceva l’idea di partire da un luogo comune, una frase
popolare come “lavami” ed atterrare su un contesto che è unico,
anti-democratico e snob per eccellenza.
L’accostamento di questi elementi genera poi le metafore del caso e le
conseguenti letture». Quella che è piombata sul Vaticano, però, è solo una delle
opere di De Luca; nel suo bagaglio artistico presenziano innumerevoli lavori
che, in un certo senso, rompono con la “vecchia arte”: «E’ difficile spiegare a
parole ciò che generalmente si comprende con la vista e l’udito. Ultimamente,
soprattutto nei video e nelle installazioni sonore, ho un approccio ironico e
provocatorio su diversi aspetti della realtà: il rapporto paradossale tra micro
e macro, tra l’infinitamente piccolo e l’immensamente grande; la smitizzazione
del potere, l’irreale ufficialità di certe istituzioni; lo sguardo disincantato
e alternativo sulla natura e la quotidianità, gli equivoci e gli aspetti
grotteschi della nostra vita».
Dunque la parola chiave
è comunicare. Oggi viviamo in una società in cui si ha sempre maggior bisogno
di esprimere qualcosa agli altri (facebook ne è l’esempio più palese), e la Street Art sembra
proprio rappresentare quest’irrefrenabile necessità: «Quest’arte ha a che fare
con una disponibilità di materiali infinita che sono quelli della città e dello
spazio pubblico. Senz’altro questa forma di comunicazione rispecchia in pieno
il bisogno di diffusione massima del messaggio; in più c’è la sorpresa e
l’eclatanza di un’azione che invade gli spazi comuni non d’élite; è un’arte
democratica fruibile da tutti che non ha bisogno dell’ambiente asettico di certe
gallerie private». Non sempre, però, le manifestazioni artistiche all’interno
di spazi pubblici hanno un esito positivo. Molto spesso si fa confusione tra
arte e “imbrattamento”. Come riconoscere un’opera d’arte dal resto? «Quando
togliamo il primo velo e scopriamo se sotto c’è qualche strato in più o solo il
pavimento; quando alla base del lavoro c’è ricerca, originalità, visionarietà e
anche poesia. Quando al di là della tecnica c’è l’emozione e il coraggio,
quando chi parla riesce a essere autentico e nudo e non un illusionista o un
venditore ambulante, con tutto il rispetto per i venditori ambulanti».
Le radici dell’arte
“della strada” potrebbero essere considerate antichissime; si pensi che già
nella preistoria i primitivi dipingevano sui muri. Oggi, però, viene
considerata come arte del domani. «Le forme dell’arte del futuro, come del
nostro presente, sono varie e tutte valide perché comunicano e colpiscono. C’è
chi sceglie la tela, chi l’immagine elettronica e chi il muro. Quello che conta
è tanto il mezzo quanto il contenuto, l’idea e il felice connubio di questi
elementi. La street o la public art sono linguaggi che esprimono un’energia che
esce dai canoni, dagli stereotipi e rischia perché si tuffa nel terreno
globale, raccogliendo consensi e critiche».
Dunque l’arte diviene,
in un certo senso, “pubblica”, in quanto entra in contatto con chiunque, senza
alcuna distinzione: è fruibile sia da chi è interessato, sia da chi non lo
è. Nell’immaginario collettivo si è spesso
ritenuto che l’arte fosse di competenza esclusiva della gente “colta”, ma
l’avvento delle nuove forme artistiche potrebbe aver sancito la fine
dell’inscindibile binomio arte-cultura: «Si e no. Ciò non è sempre detto. Oggi
come in passato, l’arte trova consensi popolari o circoscritti, a seconda della
sua forma di espressione. A mio avviso, però, esiste un terreno comune di
intesa e una possibilità di incontro tra l’arte e i famosi “non addetti ai
lavori”. Anche se un’opera non è totalmente capita o non riesce a comunicare
tutto quello che aveva da dirci, qualcosa arriva sempre a chi sa e vuole
ascoltare, magari ci sussurra un’emozione, ci ricorda un momento della nostra
vita o ci parla di un oggetto quotidiano come non l’avevamo mai visto».
Concludiamo con uno sguardo al futuro. Qual è il prossimo obiettivo da
realizzare? «Non so… Potrei proiettare l’immagine dei nostri politici su Marte
per dirgli quanto sono fuori dal mondo e dai suoi problemi. Oppure installare
delle microcamere nelle stanze del Papa per mostrare che è umano e “concreto”;
magari si sporca la tonaca perché mangia un piatto di bucatini, proprio come
tutti noi».
Alessandra Micelli
Luigi Vocalelli
New Burlesque
Come salvare il
mondo in guepiere
La città è
veramente perfida, quando si tratta di spot pubblicitari di intimo o della
scena dei reggiseni bruciati dalle femministe, sembra quasi che la donna sia
qualcosa di spaziale che deve fare ritorno in una delle più popolate valli di
lacrime: ma questa è un’epoca più pacata e i cinici sono i vecchi romantici.
L’aria che c’è fuori è grigiastra, umida, si porta dentro una giornata
d’inverno: non per fare la donna impegnata che non ha voglia di farsi i
capelli, ma è quasi automatico pensare che ci sarà tempo per sentirsi belle. Il
ghigno che parte di sfuggita, specchiandosi in una pozzanghera, non è
convincente, ma fa freddo e il reggiseno sarebbe utile bruciarlo solo per
scaldarsi mani e piedi.
L’intolleranza si
fa più tenue quando si comincia a scendere, giù per una scala a chiocciola, da vertigine. Le pareti sono
tappezzate di locandine di vari spettacoli di danza e la discesa negli
spogliatoi e nelle aule prova, ha del dantesco: la guida è “La Dyvina”. La Dyvina oltre ad essere
un’artista di fama internazionale (vanta infatti numerose collaborazioni come
coreografa, ballerina e attrice) insegna Burlesque allo Ials di Roma: i suoi
occhi sanno dire molto bene ed è anche questo che appassiona le sue allieve.
Il New Burlesque è
un’arte presente in America, già da 15 anni mentre in Italia è un fenomeno
molto recente, importato dai buongustai del mondo che vogliono farcene
assaggiare una fetta. Che poi quando si tratta di riscoperte, il Burlesque è
l’abbecedario degli scettici un po’ timidi. Di solito si interessano a
quest’arte - perché di una forma d’arte si tratta - solo ed esclusivamente
donne; gli uomini, come dice Alessandro Casella, direttore artistico del Micca
Club di Roma, restano in disparte, non riescono a guardare uno spettacolo di
donne che si spogliano e fanno della seduzione un gioco, soprattutto se poi,
una delle donne è la propria moglie o la propria fidanzata. Le ragazze tornano
sempre alle lezioni, sorride La
Dyvina, la maggior parte delle volte sono impacciate,
specialmente se non hanno mai studiato danza, ma sanno di potersi sentire
donne, sanno che il modo del Burlesque, della seduzione ironica, sarà il loro
modo, e quando l’hanno trovato si vede con gli occhi che sono rinate.
Alle lezioni si
procurano sempre qualche indumento o accessorio nuovo, per travestirsi, ma
raccontano di sentirsi meglio nella vita: rinascere come donne, in questi
ambienti non è un discorso da femministe d’altri tempi, è come aver riscoperto
una lingua già conosciuta e averla fatta propria, tanto da poterci ammiccare e
ridere su. “Donne tornate!” è il suo invito, tornate dal lontano ’58, quando
Federico Fellini si aggirava per Via Veneto e si lasciava ispirare per “La Dolce Vita”, ignaro del
fatto che il nuovo secolo avrebbe
riscoperto quel mondo per nascenti Paparazzi.
Martina Rosella
Alessandra
Russo
Serena
Venafra
A lezione di
burlesque!
GUANTI: Sfilate i
guanti lentamente, tirando un dito alla volta con i denti, per poi strapparli
via con l’altra mano.
CALZE: Poggiate la
gamba su una sedia e fatele scendere con entrambe le mani. La calza va poi
sfilata partendo dalla punta e portando la gamba indietro come Sofia Loren.
SORRISO:l’obiettivo è quello di burlarsi anche del sesso. Gli
ammiccamenti sexy ci sono, ma sono esagerati, talvolta addirittura parodiati. Perché l’essenza del Burlesque è questa:
divertire e soprattutto divertirsi.
Volete saperne
di più? La Dyvina
vi aspetta per il resto.
Body art di seconda
generazione
Il corpo: chiave del nostro profondo
L'arte è rivoluzione. Da
sempre combatte le convenzioni armandosi di ciò che possiede. Sulla scena, come
sulla tela e nel pensiero intellettuale in sé, il corpo è il suo mezzo
prediletto. Su questo impianto, nasce e si diffonde, già dai primi anni ’60, la Body Art. E, con essa,
la possibilità di comunicare l'ideale attraverso la materia. Con la body art il
corpo diventa un soggetto attivo, protagonista dei cambiamenti del suo tempo.
Creatore di forme e contenuti nuovi che si distinguono per poliedricità,
capacità visionaria, radicalità e profondità. Da qui, il fondersi e lo
scontrarsi delle diverse personalità artistiche che fanno del corpo un mezzo
sempre nuovo alla ricerca di un’identità perduta. C’è chi identifica il proprio corpo come un involucro da
modificare a proprio piacimento. Un guscio in cui ogni parte dell'insieme
equivale all'altra. É il caso di Marco
Fioramanti, Kyrahm e Julius Kaiser, noti performer sperimentali nel
campo della body art estrema,insigniti a New York del “Celeste Prize International sezione
performance art” (2010). “L’orecchio è come il pene se il corpo è
solo un involucro” afferma Kyrahm.
Questi artisti si rifanno principalmente alla
teoria queer, che mette in discussione la naturalità dell’identità di genere.
Nei loro spettacoli, transessuali con caratteristiche fisiche dei due sessi
spiegano la morte della sessualità e la mutevolezza del tempo. Corpi esposti al
dolore e alla sofferenza presentano l’uomo nella sua nascosta essenza di
strumento filosofico alla ricerca del nuovo e dell’imprevisto.
Per altri, invece, il
corpo fatto ad arte è trasformazione. Una metamorfosi che salva l’uomo dalla
quotidianità. La pensa così Guido Daniele, body painter riconosciuto a livello
mondiale e collaboratore di famose multinazionali, tra cui la Muller. L'artista
ha dato vita ad un nuovo filone del “body painting”, da lui stesso definito
“hand painting” (pittura delle mani). Mani che si trasformano in animali,
alberi, luoghi. Mani in divenire, dunque. “La fantasia è dentro di noi e siamo
noi a doverla coltivare”, dice Guido Daniele. Non si tratta di un semplice
travestimento sulla falsariga del carnevale brasiliano, ma di
un’interpretazione del corpo che tende al riavvicinamento dell’uomo alla natura
e alla propria cultura e identità. Lo spettatore può così trovarsi di fronte a
un’opera fuori dal comune, capace di dar sfogo alla fantasia e di far rendere
conto, con una buona dose di quest’ultima, che tutto può essere un’altra cosa.
Nasce dunque una nuova body art che, pur essendo estremamente variegata e
persino conflittuale al suo interno, è capace di studiare e capire il corpo
nelle sua avventura tra artificiale e naturale. Tra biologia, biotecnologia e
mercato. In questo “mare magnum sconosciuto” affiora l’uomo. Con i suoi
contrasti e i suoi abissi suggestivi. Ecco allora che nascita e morte si
attraggono. Piacere e dolore si afferrano. E realtà e finzione
s’inghiottiscono. In quel campo di battaglia che è il corpo.
Davide Uccella
Michela Lubrano
Comunicare nome e stile attraverso la “Tag”
Il writing
Scarabocchio,
sfregio, imbrattamento, deturpazione, scempio. Arte. Storicamente associato ad
un’immagine negativa, caratterizzata da sobborghi periferici e culture
emarginate, il writing sta oggi ottenendo il riconoscimento artistico che gli
appartiene. “In passato i writers sono stati condannati, bistrattati, sminuiti
e banalizzati a causa della diffusa disinformazione riguardo la loro cultura.
Siamo stati etichettati come ragazzini imbrattatori, spesso arrestati o
addirittura sparati, come nel mio caso”. Così Rae Martini, caposcuola del
writing newyorkese in Italia e affermato artista contemporaneo, delinea il
movimento alla sua origine.
Rae Martini è
stato promotore del graffitismo per quindici anni, e ne ha sempre sostenuto la
rispettabilità artistica. “Non ho mai scritto su monumenti e, qualunque
graffito abbia fatto, è sempre stato il risultato di uno studio cosciente e
accurato. Nei miei lavori c’era una componente di istruzione paragonabile a tre
lauree”. Oggigiorno il graffitismo ha ottenuto approvazione artistica a livello
internazionale: in tutto il mondo si organizzano mostre ed esposizioni dedicate
a tale corrente. Il writing, nato nei primi anni settanta nelle grandi
metropoli statunitensi, giunge in Italia dieci anni più tardi diffondendosi
però solo negli anni novanta come fenomeno sociale e culturale di massa.
L’elemento fondante del graffito, che per altro lo contraddistingue dalle altre
forme artistiche che utilizzano la strada come media, è la tag.
“Nel writing – ci
spiega Rae Martini – lo scopo predominante è quello di comunicare il proprio
nome, la tag appunto, che viene piazzata in più punti possibili e si evolve
cromaticamente con le tecniche del wild style. Accanto alla comunicazione del
nome vi è quindi lo studio dello stile (il lettering), altra matrice culturale
di questo movimento, che ogni artista cerca sempre di migliorare e
personalizzare”.
Il writing,
proprio perché avviene su strada, è uno dei movimenti che ha reso l’arte
disponibile a tutti: “È fruibile da tutti perché viaggia su dei media che sono
urbani e aperti. Non c’è bisogno di andare nei musei o nelle mostre per poterne
godere. La bellezza di questo movimento risiede proprio nel fatto che chiunque
può entrarvi in contatto e andare ad indagare e scoprire tutte le sue
avvincenti sfaccettature”.
Alessandra Micelli
Luigi Vocalelli
FLASH MOB-WE WANT TO BREAK FREE!
La generazione 2.0
non può farne a meno:“mobilitazione lampo” di giovani che si danno appuntamento
in luoghi pubblici ad un’ora stabilita per fare qualcosa di insolito tutti
insieme. Questo è il flash mob, diventato ufficialmente una delle nuove
frontiere dell’intrattenimento di massa.
Come si organizza
un flash mob? Ne abbiamo parlato con Giorgio Marandola, uno degli organizzatori
del gruppo Flash Mob Roma. Per organizzare un flash mob l’elemento fondamentale
è internet, configurato ormai come strumento aggregatore per eccellenza.
Attraverso il macro canale di Facebook e tramite i blog viene comunicato
l’evento, indicando ora e luogo dell’appuntamento, e successivamente si
richiama l’attenzione dei media attraverso mail e comunicati stampa. Uno dei
flash mob più popolari organizzati da Giorgio Marandola e dai suoi
collaboratori, che ha richiamato anche l’attenzione della RAI è quello
realizzato per festeggiare il compleanno di Roma, lo scorso 21 Aprile, dove un
gran numero di persone ha effettuato un girotondo attorno al Colosseo,
riuscendo a chiudere il cerchio. I flash mob attirano così tante persone,
secondo Marandola, perché sono un modo per interrompere la quotidianità, sono
un temporaneo distaccamento dalla routine di tutti i giorni e rappresentano un
momento di evasione-condivisione che permette di esprimersi liberamente, di
lasciarsi andare. E’ la possibilità di fare qualcosa di effimero e insensato
per il puro piacere di farlo. A questo punto però la scuola di pensiero si
divide: i flash mob nascono infatti come forma di manifestazione espressiva
spontanea e a scopo ludico; ma successivamente e in alcuni casi, grazie
all’attenzione che hanno richiamato su di sé, sono stati oggetto delle mire di
aziende che hanno richiesto ai vari gruppi che li organizzano di dar vita a
flash mob specifici da utilizzare come campagna pubblicitaria originale e fuori
dal comune, e per riuscire a conquistare spazi pubblicitari che tramite una
normale manovra di advertising sarebbero troppo costosi da procurarsi, come ad
esempio nel caso di Trenitalia che si è rivolta al gruppo Flash Mob Roma per la
promozione “FrecciaRosa”,indirizzata a un target più giovane, da qui la scelta
di utilizzare un flash mob per sponsorizzarla. Alcuni gruppi però si rifiutano
di organizzare flash mob per conto di aziende, ritenendola una
“strumentalizzazione di un evento che ha sempre un certo richiamo”, come ci ha
detto Fabio Mauri, uno degli organizzatori di Flash Mob Society.
Veicolare un messaggio
che può essere commerciale o ideologico a un determinato flash mob, consiste
nel privarlo della sua natura, che lo ritiene invece libero da qualsiasi
contenuto se non quello di atto effettuato pubblicamente, in presenza di
pubblico e in partecipazione di pubblico, al solo scopo di evadere dalla
normalità, di fare qualcosa di insolito insieme ad altre persone e
soddisfacendo, perché no, anche il lato egocentrico di ciascuno di noi, quello
che vuole solo staccarsi dal continuo flusso di normalità per lasciarsi andare,
trovare qualcosa di spontaneo per divertirsi, per comunicare, ancora, il
desiderio di fare ed essere qualcosa di più.
Evelina Montefiori
Marcella Polo
Watching Music
El coro de las manos blancas
With a wave of white hands the concert began. Young and
happy faces filled the stage. A sound of music began to fill the room and all
of a sudden the children were accompanying the orchestra with the gesture of
their hands, not a word left their mouth. They continued to express themselves
with such grace and an understanding of the music it was hard to believe that
they were not able to hear anything. The music was being told like a story by
these unique individuals, their own story. They didn’t miss a beat as they
quickly followed their professor who was promptly placed in front of them.
The group that was on stage was Las Manos Blancas. It was
only in 1995 when Jhonny Gòmez began to wonder why the Stage Foundation for the
national system of the youth orchestra of Venezuela did not give the possibility
to the deaf to become part of the program. The group was finally created in
1999 with the idea to involve children with hearing disabilities in the art of
making music. They were instantly encountered by many questions, don’t you need
to hear the music to make it?
Obviously not.
Their hard work and dedication was recognized in January 2010 when they
received the Nonino Risit D’Aur Award. Las manos blancas continue to use
their talent which becomes an art of expression. “Just like a person, with no
disabilities interprets the music, a person with hearing disabilities does the
same, however using their hands and their body expression” says Jhonny Gòmez.
This is the art of movement in its purest form. There are no limits.
Alexandra Spinelli
Guardare la musica
Il coro de' La Manos Blancas
Un'onda di mani
bianche dà inizio al concerto. Facce giovani e felici riempiono il palco. Un
suono inizia a diffondersi nella sala, quando all'improvviso i bambini
cominciano ad accompagnare l'orchestra con movimenti delle loro mani. Non una
parola esce dalla loro bocca. Muti. Continuando a esprimersi con una tal grazia
e sincronia con la musica, risulta difficile credere che non siano in grado di
sentire nulla. E' qui che la musica prende forma, la forma di tante mani bianche,
che la raccontano e la esprimono. Il loro talento, e quello della direttrice
che li guida, non permette loro di uscire fuori tempo.
Il coro sul palco
è quello de' Las Manos Blancas. Tutto iniziò 1995 quando Jhonny Gòmez cominciò
a chiedersi come mai il Sistema nazionale di orchestre giovanili e infantili
del Venezuela non desse la possibilità di partecipare anche a ragazzi disabili.
Nel 1999 il progetto nacque con l'obiettivo di coinvolgere bambini non udenti,
dando spazio a numerose perplessità ormai superate.
"Così come
una persona normalmente udente interpreta la musica, allo stesso modo fa una
persona non udente, attraverso le proprie mani e il proprio corpo" dice
Jhonny Gòmez.
Da quando, nel
2010, il loro talento è stato riconosciuto dal Nonino Risit D’Aur Award, Las
Manos Blancas continua a regalare il sogno di un movimento allo stato puro che,
in quanto tale, non conosce limiti.
Alexandra Spinelli
Donner de l'art
La Compagnie « Quelque Part »
Le vrombissement
d’une voiture résonne à quelques mètres du parvis de la cathédrale de
Strasbourg, pourtant place piétonnière. Monsieur Muller se retourne mais
ne voit rien, hormis deux passants portant chacun une valise, diffusant un
montage sonore. Son attention est éveillée, les danseurs peuvent désormais se
déployer dans l’espace. Monsieur
Muller habite depuis trente ans à Strasbourg mais il ne regarde plus la
cathédrale, il marche vite, persuadé de connaître la ville comme sa poche.
Le premier spectacle de la Compagnie « Quelque
Part », née en 2009,s’engage à redonner de la considération à des
lieux délaissés en questionnant le passant-spectateur sur sa manière de se
déplacer, de s’orienter dans l’espace, dans son espace.
Pour Sylvain Sicaud, danseur et metteur en scène,
l’essence du spectacle de rue est dans l’interaction avec le public. Le spectateur est également créateur, donnant un sens
nouveau à la scène dans laquelle il est projeté soudainement.
En 2010, avec le spectacle 100, la
compagnie invite des amateurs à se joindre à la pièce. Ce spectacle équilibriste promeut
le développement du vélo en ville comme mode de vie sain, pour soi, pour les
autres et pour son environnement.
Le dynamisme
de la toute jeune Compagnie Quelque Part fait d’elle un acteur essentiel des
arts de rue à Strasbourg« où les initiatives restent rares » regrette Sylvain Sicaud. Tous
les mois d’octobre depuis quatre ans, la « Journée internationale des arts
de la rue » défend la liberté d’expression dans l’espace public. Voici l’ère de l’artiste-citoyen.
Donare l’arte
Il rombo di una macchina
risuona ad alcuni metri del sagrato della cattedrale di Strasburgo. Il signor
Muller si volta, ma non vede niente. Solo due passanti con in mano una valigia
che diffonde un montaggio sonoro. Si guarda intorno. Il signor Muller abita a
Strasburgo da trent’anni, ma non guarda più la cattedrale. Poi succede
qualcosa. Il signor Muller si volta. Lo spazio davanti a lui è riempito da
corpi in movimento. Alcuni danzatori si spiegano nello spazio.
È il primo progetto
della compagnia Quelque Part, nata a Strasburgo nel 2009. La sfida di
questi artisti di strada è quella di inghiottire la frenesia quotidiana dei
passanti interrogando il passante-spettatore sul suo modo di camminare, di
orientarsi nello spazio, nel suo spazio.
“L’essenza dello
spettacolo è l’interazione con pubblico”, dice Sylvain Sicaud, danzatore e regista. Ecco che lo spettatore diventa
protagonista e dà un senso nuovo alla scena nella quale è proiettato
improvvisamente.
Con lo spettacolo 100,
la compagnia invita dei dilettanti ad unirsi a lei. Questo spettacolo
d’equilibrio promuove lo sviluppo della bicicletta nella città, come simbolo di
una vita sana ed equilibrata. La
Giornata internazionale delle arti di strada gli ha invece
permesso di presentare il suo novo progetto per il 2011. Una serie di performances
di cui la prima si intitola Danse à la demande (Danza a richiesta).
Grazie a un computer connesso ad internet, Sicaud invita il pubblico a
scegliere una musica su quale improvvisa una coreografia. Il dinamismo della
giovanissima Compagnie Quelque Part fa di questa una protagonista
essenziale delle arti di strada a Strasburgo «dove le iniziative sono rare» rimpiange
Sylvain Sicaud. Anche il signor Muller si avvicina. Tocca con mano. Ride
Quando alza lo sguardo, la cattedrale è più bella che mai.
Inchiesta a cura di A cura di: Giuseppe Cassarà, Benedetta Giangrande, Giulia Bellalbero, Cristina Gessica Gaudino, Chiara Ragosta continua..
 
24 02 2012 E LA LETTERATURA?
Inchiesta a cura di Benedetta Pecorilla, Francesca Zupi, Stefano Intreccialagli, Giulia Bellalbero continua..
 
24 02 2012 L’escapismo nella società del web 2.0
Inchiesta a cura di Roberto Cialfi, Luca Raffaele, Marinella Stanca, Camilla Bistolfi, Francesco Bongiorno, Federico Solfrini, Edoardo Bolognese continua..
 
24 02 2012 Donne e sport
Inchiesta a cura di Sophia Ricci, Greta Bongrazio, Ester Vinciguerra continua..
 
01 02 2012 IL CINEMA AI TEMPI DELLO SWITCH OFF
“DITE ADDIO ALLA PIZZA”. A parlare è il cinema, che con l’anno nuovo ha raggiunto quota 50% di sale digitali. Il sorpasso segna l’abbandono della pellicola e delle “pizze”, quelle bobine di 35mm che pesano quanto un italiano medio al ritorno dalle feste. E mentre il vecchio proiettore è in fase terminale (in gergo switch-off), lo spettatore non sa nemmeno di passare al nuovo digitale (switch-on). Ma d’altronde un cambiamento che avviene alle nostre spalle (il proiettore lì sta!) non sempre si fa riconoscere. Eppure la guerra fredda del cinema sta per esplodere. Il 2011 è stato l’anno della corsa agli armamenti, ora il muro che separava il cinema dai video e da internet si sta assottigliando. Distributori, produttori, registi, indipendenti sono pronti a schierarsi lungo una sottile linea rossa, i grandi per salvare i diritti, i piccoli per salvare la pelle. Il nemico è alle porte e Lassie ancora non è ancora tornata a casa. Il cinema di nicchia, indipendente e giovane spera in un futuro roseo, armato di produzioni a basso costo, economia di coda lunga e digitale. Ha fatto a se stesso tante promesse. Anzi otto buoni propositi per sopravvivere all’inverno. E il letargo non è un’opzione. continua..
 
28 07 2011 Eugenia Romanelli presenta "Vie di fuga"
Eugenia Romanelli presenta "Vie di fuga" insieme all'artista Paola Turci, il presidente dell'Ansa Giulio Anselmi, la giornalista di Repubblica Rory Cappelli, l'assessore alle politiche culturali della Provincia di Roma Cecilia D'Elia e la star di Facebook Bianchino Bianchini. continua..
 
20 07 2011 VIE DI FUGA - Inizia la corsa al sold-out per il gatto 2.0
Il romanzo che non esiste impazza sul web. continua..
 
15 07 2011 VIE DI FUGA
SE HAI SEGUITO IL GATTO BIANCO, GUARDA IL TRAILER E PRENOTA IL LIBRO! continua..