Inchiesta a cura di Sophia Ricci, Greta Bongrazio, Ester Vinciguerra
Un
percorso sicuramente difficile, pieno di ostacoli, ma non impossibile. Si
procede a tentoni, il traguardo è ancora lontano ma si va avanti e il gap tra
partecipazione maschile e femminile allo sport professionistico e
dilettantistico si riduce di anno in anno.
Il
tema si fa stringente soprattutto in vista delle Olimpiadi estive, che si
terranno a Londra dal 27 luglio al 12 agosto 2012 e che si preannunciano,
secondo le prime indiscrezioni, un punto di non ritorno sulla strada della
parità tra i sessi, almeno in ambito sportivo.
Tutto
inizia agli albori del ‘900 quando per la prima volta un’esigua partecipazione
femminile fa capolino nel mondo rigidamente maschile dello sport. Da lì un
graduale succedersi di tappe importanti e conquiste inaspettate, che hanno
dimostrato quanto ogni discriminazione sia ingiusta e infondata.
Nel
1960, alle Olimpiadi di Roma, gli uomini erano 241 e le donne appena 34 ma,
nelle edizioni successive, l’affluenza del gentil sesso ha conosciuto un
incremento insperato. Sul momento in pochi si resero conto del potenziale di
queste donne, relegate ai margini della società e considerate un’incredibile
eccezione.
“Fra
maschi la concorrenza è altissima, dobbiamo pensare alle ragazze, sono loro che
ci regaleranno le future medaglie” - affermò profetico negli anni ‘80 Mario
Pescante, poi presidente del Coni. E aveva ragione: i tempi stavano cambiando.
Alle
Olimpiadi di Atene del 2004 le donne sono 4158 su 10500 partecipanti, a Pechino
nel 2008 la loro presenza è quadruplicata e, per la prima volta, ottengono un
significativo pareggio di medaglie d’oro.
L'ascesa
delle donne nel mondo dello sport è il sentore di un’affermazione a tutto
tondo: lo sport è stato un input fondamentale, il punto di partenza di una
scalata progressiva nella società, nel lavoro e nella politica. La corsa dei
record femminili è senza dubbio legata a un discorso culturale di auspicabile
parità tra i sessi: ricchezza, forza delle passioni e fatica per conquistare i
traguardi sportivi hanno da sempre accomunato uomini e donne, ma solo nei tempi
più recenti al cosiddetto “fattore D” è stata data la possibilità di emergere.
Le
Olimpiadi di Londra se non un traguardo costituiscono senza dubbio un capitolo
fondamentale di una storia ancora tutta da scrivere. Non si può dire che la
coltre di pregiudizi dai quali le donne nel corso dei secoli si sono
costantemente dovute difendere sia stata spazzata via, ma siamo a buon punto.
L’apertura alle donne della boxe, sport maschile per eccellenza, è sicuramente
un segnale forte.
A dir poco sorprendente
è anche la vicenda di Dalma Rushidi Malhas, un’atleta giovanissima, campionessa
di equitazione e originaria dell’Arabia Saudita. La sua partecipazione ai
giochi olimpici potrebbe significare una
vera e propria consacrazione dell’evoluzione complessiva della figura
femminile. L’Arabia Saudita ha sempre impegnato delegazioni di soli uomini e mai prima d’ora aveva
preso in considerazione la possibilità di concedere a una donna una così
importante occasione. Secondo il
quotidiano saudita “al-Shorouq”, la decisione di far partecipare Malhas alle
Olimpiadi di Londra 2012 è dovuta alla pressione del Comitato Olimpico Internazionale,
che ha minacciato di escludere il Paese dai giochi se non avesse presentato
almeno una donna in gara.A noi invece piace
pensare che non si tratti di un’imposizione, ma che la forza dello sport abbia
prevalso sul potere politico grazie a una donna e proprio in un paese che della
discriminazione tra i sessi fa ancora oggi la sua bandiera. Un passo da giganti
quindi, che ha un valore di gran lunga superiore a qualsiasi vittoria o
medaglia e che rende giustizia alla dignità della persona, a prescindere da
sesso e nazionalità.
Ma la “rivoluzione rosa”
non è solo quella di atleti di professione e ori olimpici: le donne continuano
a migliorare i livelli di attività rispetto ai maschi anche a livello
dilettantistico, secondo quanto emerge dalle statistiche del Coni. Il dato più
interessante si riscontra tra le donne che praticano sport in modo saltuario:
nel 2010 ci sono 71 donne per 100 uomini, mentre solo 5 anni prima il rapporto
era di 61 donne per 100 uomini.
Un confine dunque che
diventa sempre più labile. Forse i tempi stanno davvero cambiando.
Oggi che i trionfi rosa si moltiplicano, il cuore della gente torna a correre
dietro a storie di atlete come Federica Pellegrini, Josefa Idem, Valentina
Vezzali, Francesca Schiavone, capaci di inchiodare al televisore milioni di
spettatori.
Donne di sport che vincono medaglie e che si ritagliano uno spazio
nella storia. Donne che attraverso lo sport realizzano le loro ambizioni e
cambiano il costume. Donne, atlete nell'olimpo dei campioni.
Non solo sensualità e fragilità, come vuole lo stereotipo, ma donne in
sintonia, donne che giocano in squadra, donne che di lealtà, merito,
grinta e sacrificio hanno fatto la propria religione. Donne in grado di
emergere e di affrontare le sfide, protagoniste nello sport come nella vita.
L’attenzione alla disciplina
agonistica al femminile è una realtà in continua crescita, nonostante il perpetuarsi di una certa sudditanza
mediatica nei confronti dello sport maschile. Noi crediamo che le atlete
non abbiano nei media e nella società in generale la considerazione che
meritano, nonostante i brillanti risultati conseguiti. Probabilmente la causa è
da cercare in una fase storica che penalizza particolarmente l’essere donna.
Proprio per questo motivo,
l’obiettivo del nostro lavoro è far brillare l’azzurro in rosa alle Olimpiadi
di Londra 2012.
Donne e uomini
nello sport: una parità da costruire
Da anni
ormai nel panorama dello sport italiano i
successi più prestigiosi portano l'inconfondibile impronta femminile. Federica
Pellegrini, Eleonora Lo Bianco, Josefa Idem e
Valentina Vezzali: sono proprio le donne a tenere alto l'onor patrio.
Ma è importante accendere i riflettori su un altro aspetto di questa realtà che
difficilmente trova spazio sui mezzi d’informazione: sono spesso le più
bistrattate da media e sponsor, salvo rarissime eccezioni, e le leggi non le
aiutano, dal momento che per loro la via del professionismo è quasi del tutta
preclusa.
Eppure, basta guardare agli allori e ai successi conquistati negli
ultimi anni per comprendere che, piuttosto che ai margini, le donne sono da
tempo sugli scudi dello sport italiano.
Il mondo dell'agonismo declinato al femminile non è idilliaco come molti
pensano e le atlete si trovano quotidianamente a dover fare i conti con
pregiudizi e limiti istituzionali.
Le associazioni sportive faticano infatti a
trovare un trattamento adeguato nei confronti di un'atleta-mamma. Troppo spesso
la maternità viene considerata la naturale conclusione di una carriera sportiva
e non si riesce a tutelarla nell’ottica della programmazione pluriennale di una
sportiva di livello. L’infondatezza
di tale atteggiamento è dimostrata dal fatto che, secondo alcuni studi, dopo il parto il fisico
si rafforza. Basti pensare che a Sidney, nel 2000, numerose delle atlete
partecipanti erano divenute madri da poco e l’edizione è stata scherzosamente
chiamata “l'Olimpiade delle mamme”. Il problema è stato apertamente denunciato
dall'Associazione Assist- Sindacato Nazionale Atlete in un comunicato stampa,
“Il diritto ad essere madri!”.
La legge vigente (n. 91 del 1981) delega infatti la regolamentazione
delle attività sportive a titolo oneroso e con carattere di continuità alle federazioni
sportive nazionali, le quali non tutelano affatto le donne, costrette a vivere
di sola passione e di esigui rimborsi
spese, oltre che di contratti di natura privata che, per dirne
una, prevedono di norma il licenziamentoin
tronco nel caso l’atleta rimanga incinta. La causa di tutto ciò va ricercata
nel fatto che gli sport professionistici sono pochi e prettamente maschili e
questo esclude la maggior parte delle atlete italiane da garanzie lavorative. Sono
professionistisolo
gli uomini, tutte le colleghe non hanno nessun diritto. Chi sceglie lo sport
come professione non deve rinunciare solo a essere madre: non avrà diritto a
una pensione, zero contratti collettivi, nessun trattamento di fine rapporto, niente
assistenza sanitaria. Né tanto meno alcuna forma di assicurazioneper la
vecchiaia, l’invalidità o il decesso.
Meno importante, ma sicuramente d’aiuto nel comprendere la gravità
della situazione è la questione montepremi: poco importa il talento, i guadagni
per le donne sono sempre inferiori a quelli maschili, qualche volta addirittura
la metà. Nonostante lo Statuto della federazione Atletica vieti montepremi differenti,
nella prassi ciò avviene. Come ha raccontato la campionessa di ciclismo su
pista, Vera Carraro: “L’oro
dei mondiali valeva 20 mila euro contro gli 80 mila della gara maschile”,
un quarto.
“Siamo messe peggio di colf e
badanti” – afferma Josefa Idem,
campionessa di Kayak che ha rappresentato per cinque volte l’Italia alle
Olimpiadi. “Dal 1990 sono italiana a
tutti gli effetti e subisco le vostre leggi: se ottengo il risultato mi pagano,
altrimenti nulla. Ho avuto il raffreddore per due settimane e basta questo per
rallentare i miei allenamenti e mettermi in difficoltà visto che, se mi ammalo,
non mi tutela nessuno”. “Mi considero una lavoratrice autonoma
– spiega – ho la mia società e
guadagno grazie agli sponsor. Quando guardate le Olimpiadi e tifate per la
medaglia d’oro all’Italia sappiate che, spente le telecamere, torniamo a essere
precariea cui vengono stracciati i contratti se rimaniamo
incinte”.
La necessità di una legge quadro che affronti l’insieme delle
problematiche esistenti si fa quanto mai pressante, alla luce delle sempre più
importanti soddisfazioni che le donne danno al Paese e nell’ottica della
rinnovata energia che un reale trattamento di pari opportunità potrebbe dare al
mondo dello sport italiano.
1)Alle Olimpiadi in gonna? E’ polemica.
Per la prima
volta nella storia delle Olimpiadi, quest’anno a Londra 2012 ci sarà anche la
boxe femminile, che era rimasta l'unico sport presente ai Giochi esclusivamente
al maschile: in tutto ci saranno 36 donne che saliranno sul ring. Si è
addirittura parlato di “svolta storica” per una disciplina che da oltre cento
anni di storia ha dovuto fare i conti con alcuni luoghi comuni del maschilismo.
Ma a suscitare polemiche è stata la richiesta della Federazione mondiale di
pugilato che vorrebbe far indossare alle atlete delle gonne al posto dei
classici pantaloncini. Come la tre volte campionessa del mondo Katie Taylor:
“Credo che sia vergognoso che ci vogliano obbligare a indossare queste
minigonne. Perché non possiamo indossare i pantaloncini come gli uomini? Non
voglio indossarle, non metto minigonne nemmeno quando esco la sera, figuriamoci
su un ring!”. Dello stesso parere l’inglese Nicola Adams: “La
boxe è sempre stata in pantaloncini corti. Non vedo perché dovremmo indossare
delle gonne solo perché siamo donne". Decisione controversa, che sicuramente farà discutere fino al prossimo
agosto.
(Spot Adidas
Impossible is nothing Muhammad Ali vs Laila Ali)
2)Questione di priorità!
La
prosperosa tennista romena Simona Halep inverte la tendenza: in
un mondo in cui l’immagine, e in particolar modo la generosità di madre natura,
sembrano contare più di qualsiasi altra cosa, lei sceglie lo sport.
La
diciottenne, che in passato aveva sempre dichiarato il suo
"malessere" per un seno davvero troppo ingombrante, nell’autunno del
2009 ha deciso di ricorrere alla chirurgia per ridurlo, scatenando il rammarico
di centinaia di fan.
Prima di
lei aveva fatto scalpore la scelta dell’australiana Jana Pittman-Rawlinson di
rimuovere le protesi al seno, impiantate dopo la nascita del primo figlio: due
volte campionessa del mondo nei 400 ostacoli, confessa di averlo fatto per
migliorare la sua performance alle prossime Olimpiadi di Londra.
In
un’Italia in cui si è stati costretti a ricorrere alla via legislativa per
porre un freno al fenomeno dilagante delle protesi al seno per le adolescenti,
che lo sport serva da lezione.
3)Troppo forte: non può esser donna!
A Berlino, nel
2009, durante i Mondiali di atletica nella specialità 800 metri donna, vinse la
medaglia d’oro con una impressionante facilità. Con una tale facilità che la
Federatletica Internazionale pensò bene di revocarle la medaglia conquistata e
dare il via a numerosi accertamenti sull’atleta, tesi a stabilirne l’esatta
appartenenza di genere.“L'umiliazione di Caster Semenya è il simbolo dell'azione sessista della
Iaaf visto che ha minato il valore dei risultati ottenuti dalle donne” - ha
detto Butana Komphela, presidente della Commissione sport del Parlamento
sudafricano.Dopo aver completato gli esami medici, è stato confermato che Semenya
potrà regolarmente partecipare alle gare di atletica femminili. Senza dubbio
l’atleta sudafricana di soli 20 anni, ha fisico, movenze, potenza atletica
simili più a quelli di un uomo che di una donna, ma le regole del gioco
dovrebbero essere insindacabili.
4)Corsia di sorpasso!
Lo
sprinter più veloce di tutti, ai Giochi Olimpici dell'anno 2156, sarà una
donna.Lo predice un professore dell'università di Oxford. Alla testa di una
squadra d'esperti di matematica e altre discipline, ha paragonato i tempi delle
medaglie d'oro olimpiche maschili e femminili dell'ultimo secolo, scoprendo una
regolare tendenza: il gap delle donne sugli uomini si va progressivamente
accorciando.
Se
il trend attuale continua allo stesso ritmo, si prevede che tra centocinquanta
anni le donne correranno più veloci degli uomini. Non è categorico ma la
tendenza è reale e ci sono buone probabilità che accada. Secondo calcoli più
precisi, le donne otterranno un risultato di 8,079 secondi contro gli 8,098
secondi degli uomini. Molti sono coloro che esprimono scetticismo nei confronti
della tesi di Oxford adducendo a giustificazione sostanziali differenze
fisiologiche tra i due sessi. Ad oggi, un sorpasso tra i sessi, pur rimanendo
molto improbabile, non è così utopico.
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